L’impennata di invenzioni e trasformazioni industriali nota come Seconda Rivoluzione Industriale contribuì a preparare il terreno all’esuberanza degli anni Venti. Nuovi beni, nuovi modi di produrli e la rapida diffusione dei moderni metodi industriali alimentarono una convinzione diffusa: che il progresso tecnologico avrebbe continuato a garantire una crescita sostenuta. In un nuovo studio, gli economisti Harold L. Cole, Stefano Cravero e Jeremy Greenwood si chiedono se quell’ottimismo possa aver comportato anche un rischio nascosto: un’economia che investì troppo nella costruzione di capacità produttiva proprio mentre rallentava il ritmo di creazione di nuovi prodotti e l’appetito dei consumatori per ulteriori beni cominciava a stabilizzarsi.
La loro domanda centrale è se i celebrati “ruggenti anni Venti” potessero contenere i semi della Grande Depressione attraverso un meccanismo di “overaccumulation” (sovra-accumulazione): investimenti che superano ciò che la domanda e l’innovazione successive possono sostenere in modo redditizio. Gli autori si concentrano su due possibilità collegate. Primo, le imprese potrebbero aver continuato a investire come se fosse in arrivo un torrente di prodotti nuovi, quando in realtà l’innovazione di prodotto stava rallentando e i mercati per molti nuovi beni si stavano saturando. Secondo, anche se i prodotti di rottura diventavano meno frequenti, le aziende avrebbero potuto essere comunque incentivate a continuare a spendere perché i metodi di produzione miglioravano con continuità. La persistente innovazione di processo — miglioramenti incrementali che aumentano l’efficienza — può rendere attraenti nuovi stabilimenti e nuovi macchinari anche quando il mercato dei beni finali non si espande più così rapidamente.
Per valutare queste ipotesi, i ricercatori costruiscono un modello macroeconomico progettato per catturare entrambi i lati del cambiamento tecnologico: l’innovazione di prodotto, che amplia la varietà di beni e servizi acquistabili da famiglie e imprese, e l’innovazione di processo, che migliora l’efficienza con cui quei beni vengono realizzati. Integrando entrambi i canali in un unico impianto, il modello può seguire come le aspettative sul futuro progresso tecnologico si traducano in decisioni di investimento e come gli scostamenti tra innovazione attesa e innovazione effettivamente realizzata possano destabilizzare l’economia nel suo complesso.
Il team conduce poi simulazioni di “proof-of-concept” — test che verificano se il meccanismo proposto sia in grado, almeno in linea di principio, di generare dinamiche simili a quelle osservate all’avvio della Grande Depressione. I risultati indicano che sì. Nelle loro simulazioni, aspettative eccessivamente ottimistiche su una crescita trainata dai nuovi prodotti portano a un investimento eccessivo durante il boom. Quando l’innovazione di prodotto rallenta e la domanda risulta più pienamente soddisfatta, l’economia si ritrova con troppo capitale rispetto alle opportunità redditizie, predisponendo le condizioni per una brusca contrazione. La prosecuzione dell’innovazione di processo può intensificare l’accumulazione, facendo apparire l’investimento conveniente più a lungo, anche mentre le condizioni di fondo del mercato peggiorano.
Lo studio non pretende di offrire l’unica spiegazione della Grande Depressione. Dimostra piuttosto che una narrazione di sovrainvestimento guidato dalla tecnologia è quantitativamente plausibile in un contesto macroeconomico moderno — uno che distingue tra l’invenzione di nuovi beni e il miglioramento della produzione di quelli esistenti.
Come per tutte le pubblicazioni del National Bureau of Economic Research, l’articolo riflette le opinioni degli autori, non necessariamente quelle del NBER. L’organizzazione inoltre diffonde la ricerca della propria rete attraverso canali gratuiti, tra cui l’NBER Reporter, l’NBER Digest e bollettini dedicati alla salute, all’economia dell’Alzheimer e all’imprenditorialità, oltre a rubriche di approfondimento sulla ricerca, lezioni e video di panel.
