Gli studi randomizzati controllati (randomized controlled trials, RCT) sono diventati uno degli strumenti più affidabili per gli economisti nell’identificazione della discriminazione. Mantenendo tutto costante tranne un singolo fattore randomizzato — ad esempio se un curriculum segnala un nome percepito come “nero” o “bianco” — gli RCT possono misurare in modo pulito il trattamento diseguale nelle assunzioni, nell’accesso alla casa, nel credito e in altre decisioni. Ma in un nuovo saggio, gli economisti Dania V. Francis, Rob Gillezeau, Damon Jones e Angelino Viceisza sostengono che la stessa chiarezza sperimentale è molto più difficile da ottenere quando l’obiettivo non è un atto isolato di pregiudizio, bensì la discriminazione razziale sistemica.
Gli autori iniziano delineando un quadro concettuale della discriminazione razziale sistemica fondato su definizioni consolidate di razzismo sistemico. Nel loro resoconto, “sistemico” si riferisce a schemi di svantaggio generati e rafforzati da istituzioni, politiche e strutture sociali — forze che operano in più ambiti e nel tempo, e che possono persistere anche quando nessun singolo decisore è apertamente prevenuto. Questa distinzione conta per la metodologia: gli RCT sono progettati per manipolare trattamenti ben definiti, mentre la discriminazione sistemica spesso si presenta come un insieme interconnesso di meccanismi, più che come un unico “interruttore” che i ricercatori possano azionare.
Con quel modello in mente, il saggio valuta dove gli esperimenti randomizzati possano contribuire realisticamente — e dove invece la loro portata sia limitata. Una questione centrale è la scala. Per testare direttamente gli effetti della discriminazione razziale sistemica, un esperimento dovrebbe manipolare in modo ampio condizioni strutturali, cosa che in genere è impraticabile, eticamente problematica, o entrambe le cose. Gli autori considerano quindi strategie sperimentali su scala più ridotta che, pur non ricreando l’intera architettura istituzionale di una società, potrebbero comunque illuminare specifiche componenti dei processi sistemici.
Un altro approccio consiste nel condurre trial in contesti strutturali diversi, confrontando i risultati tra ambienti che variano per regimi di policy, pratiche istituzionali o altre caratteristiche contestuali. Disegni di questo tipo possono aiutare i ricercatori a capire come lo stesso intervento si comporti sotto vincoli strutturali differenti, facendo luce su come i sistemi plasmino gli esiti anche quando il “trattamento” è identico.
Il saggio esplora inoltre esperimenti che modificano ciò che i partecipanti notano, più che ciò che fanno le strutture. I ricercatori possono essere in grado di randomizzare la salienza delle forze sistemiche — per esempio rendendo più visibili le barriere istituzionali — per vedere se la consapevolezza cambia comportamenti, decisioni o aspettative. In modo collegato, gli autori discutono interventi basati sull’informazione mirati a ridurre la discriminazione sistemica, verificando se informazioni migliori possano indebolire i modelli discriminatori incorporati nelle istituzioni o nei mercati.
Anche la salienza dell’identità razziale in sé può essere manipolata in contesti sperimentali, consentendo ai ricercatori di esaminare come le identità interagiscano con istituzioni e regole. Infine, gli autori sottolineano l’importanza delle risposte strategiche: persone e organizzazioni si adattano ai vincoli sistemici, e gli RCT talvolta possono misurare tali adattamenti — come gli individui aggirano le barriere, come le imprese rispondono agli incentivi o come le istituzioni cambiano pratiche di fronte a un maggiore scrutinio.
Pur mappando queste possibilità, il saggio mette in evidenza anche i confini di ciò che la randomizzazione può rivelare. Poiché la discriminazione razziale sistemica è complessa, stratificata e radicata storicamente, gli RCT possono perdere dinamiche chiave o non riuscire a cogliere effetti di lungo periodo e trasversali a più ambiti. Gli autori richiamano la necessità di altre strategie empiriche che integrino gli esperimenti e colmino le lacune lasciate dagli RCT.
Il lavoro è stato sostenuto finanziariamente dall’Alfred P. Sloan Foundation attraverso J-PAL North America. Gli autori riconoscono inoltre feedback e assistenza da parte di molteplici studiosi e membri dello staff di ricerca e osservano che le opinioni espresse sono le loro e non rappresentano necessariamente quelle del National Bureau of Economic Research.
Perché è importante
Policy maker e ricercatori guardano sempre più a evidenze del tipo “cosa funziona”, spesso privilegiando gli RCT, per guidare gli sforzi anti-discriminazione. Questo saggio chiarisce che, sebbene gli esperimenti possano rivelare meccanismi importanti, potrebbero essere poco adatti a mettere alla prova l’intera macchina del razzismo sistemico. Il messaggio è pragmatico: per comprendere e ridurre le disuguaglianze strutturali, le evidenze dovranno probabilmente provenire da un arsenale più ampio della sola randomizzazione.