Intro
Piero Sraffa era un economista torinese schivo che pubblicò pochissimo e tuttavia rimodellò la teoria del Novecento da un college di Cambridge — e, indirettamente, diede all’Italia la sua più influente scuola di pensiero economico dopo i marginalisti. La sua influenza non derivò da un grande programma empirico o da un nuovo “modello” da stimare, ma da una ricostruzione chirurgica dei fondamenti della teoria dei prezzi e della distribuzione. Quando Production of Commodities by Means of Commodities uscì nel 1960 — appena 99 pagine, presentate come un “preludio a una critica della teoria economica” — Sraffa aveva già messo in crisi l’equilibrio parziale marshalliano, rilanciato l’“approccio del surplus” classico di derivazione ricardiana e preparato il terreno per la controversia di Cambridge sul capitale, che avrebbe scosso la fiducia nel capitale aggregato e nella parabola neoclassica della sostituzione fluida.
1. Torino, Gramsci ed Einaudi (1898-1926)
Nato nel 1898, Sraffa divenne adulto in un’Italia segnata dal finanziamento della guerra, dall’inflazione e da una rottura politica. La sua tesi di dottorato (1920) sull’inflazione monetaria italiana fu seguita da Luigi Einaudi — economista liberale, poi Presidente della Repubblica — che incarnava la tradizione pre-fascista di rigorosa finanza pubblica e analisi monetaria. Se Einaudi offrì a Sraffa un apprendistato tecnico, Antonio Gramsci gli diede un orizzonte politico e intellettuale. A Torino, Sraffa si avvicinò all’ambiente socialista attorno a L’Ordine Nuovo, fondato nel 1919, dove Gramsci cercava di comprendere la modernità industriale e l’organizzazione della classe operaia.
Il giornalismo giovanile di Sraffa mostrò una disponibilità non comune a confrontarsi con il potere istituzionale. Nel 1922 scrisse sul sistema bancario italiano e sull’instabilità finanziaria per il Manchester Guardian e l’Economic Journal, diagnosticando debolezze che irritarono il nuovo regime fascista. Il costo fu personale: il disappunto di Mussolini non era un’astrazione in una dittatura in fase di consolidamento. John Maynard Keynes — già snodo della rete internazionale degli economisti e direttore dell’Economic Journal — gli offrì protezione e una via verso Cambridge. Dopo un periodo di crescente pressione in Italia, Sraffa si trasferì a Cambridge nel 1927, iniziando un lungo esilio che si sarebbe rivelato straordinariamente produttivo proprio perché intellettualmente protetto e istituzionalmente sicuro.
2. La critica del 1925-26: Sraffa come tafano dell’equilibrio parziale marshalliano
Il primo intervento teorico decisivo di Sraffa arrivò prima del suo trasferimento. In “Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta” (1925) e, più notoriamente, in “The Laws of Returns under Competitive Conditions” (Economic Journal, 1926), colpì la cerniera concettuale dell’equilibrio parziale marshalliano: l’uso di curve di costo marginale regolarmente crescenti per definire l’offerta, sotto l’assunzione di concorrenza perfetta.
Il punto di Sraffa non era una semplice sottigliezza tecnica. Se i rendimenti crescenti sono pervasivi — per via di indivisibilità, apprendimento e costi fissi — allora la curva dei costi dell’impresa rappresentativa non può essere conciliata con la narrazione concorrenziale del price-taking senza incorrere in contraddizioni. Con rendimenti crescenti, il costo marginale tende a diminuire; l’equilibrio concorrenziale diventa instabile o indeterminato, e il meccanismo dei prezzi non può essere descritto con la consueta intersezione fra curve di domanda e di offerta. Il celebre apparato dell’“industria” di Marshall — economie esterne a salvare l’equilibrio concorrenziale — appariva a Sraffa come una toppa che eludeva il problema logico.
La critica del 1926 contribuì ad aprire la strada alla teoria della concorrenza imperfetta. Quando Joan Robinson pubblicò The Economics of Imperfect Competition (1933) ed Edward Chamberlin The Theory of Monopolistic Competition (1933), affrontavano proprio le incompatibilità che Sraffa aveva messo in luce: potere di mercato, differenziazione del prodotto e fissazione dei prezzi in condizioni non concorrenziali. Eppure Sraffa stesso non seguì quella traiettoria. Rimase il tafano dell’equilibrio parziale marshalliano, ma la sua meta più profonda era una ricostruzione della teoria dei prezzi di “lungo periodo” al di fuori del marginalismo in quanto tale.
3. Gli anni di Cambridge: Keynes, Hayek, Wittgenstein e Ricardo
A Cambridge, Sraffa entrò in un ecosistema intellettuale insolitamente denso. Fu vicino al gruppo che in seguito venne chiamato il “Circus” di Keynes—Joan Robinson, Richard Kahn, James Meade, Austin Robinson—che analizzò il Treatise on Money (1930) di Keynes e poi discusse le bozze di The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). Il ruolo di Sraffa era spesso critico più che programmatico: metteva in discussione scorciatoie concettuali, incalzava sulle definizioni e scoraggiava una falsa precisione formale.
Divenne anche una figura centrale nello scontro del 1932 con Friedrich Hayek, il cui Prices and Production (1931) offriva una lettura austriaca dei cicli economici guidati da distorsioni intertemporali dei prezzi. La critica di Sraffa—centrata sul trattamento hayekiano della moneta e dei “tassi d’interesse propri” (“own‑rates of interest”) tra merci—sosteneva che non esiste un unico tasso naturale, a meno di assumere già ciò che si dovrebbe spiegare: un sistema coerente di prezzi relativi intertemporali. Il dibattito fu importante perché mostrò il metodo distintivo di Sraffa: invece di scontrarsi sulle conclusioni di policy, attaccò le micro-fondazioni che rendevano plausibile la narrazione.
Cambridge portò anche Sraffa a stringere amicizia con Ludwig Wittgenstein. Le storie sono in parte leggenda—tra queste il “gesto napoletano” che si dice abbia spinto Wittgenstein ad allontanarsi dalla logica cristallina del Tractatus verso le successive Philosophical Investigations. Ma il legame è coerente: entrambi erano pensatori dallo stile austero, sospettosi verso pseudo-problemi generati dal linguaggio e da grammatiche concettuali difettose.
Il lavoro di una vita di Sraffa, per decenni, fu però editoriale e d’archivio: il monumentale Works and Correspondence of David Ricardo (1951–73), preparato con Maurice Dobb. Non si trattava di antiquariato. Nel recuperare l’apparato analitico di Ricardo, Sraffa riscoprì un “approccio del surplus” in cui la distribuzione non viene spiegata dalla produttività marginale, ma è una ripartizione sociale e istituzionale del prodotto eccedente. Il celebre “modello del grano”—un’economia che produce grano mediante grano—divenne un laboratorio per pensare profitti, salari e riproduzione senza utilità o sostituzione tra fattori.
4. Production of Commodities by Means of Commodities (1960)
Il libro di Sraffa del 1960 uscì nel contesto del boom del dopoguerra, quando la teoria neoclassica della crescita e la contabilità nazionale alimentavano fiducia nelle funzioni di produzione aggregate e in una sostituzione fluida tra “capitale” e “lavoro”. Il libro di Sraffa affrontava una questione più profonda: è possibile definire in modo coerente i prezzi e il saggio di profitto in un’economia multi-merce senza fare affidamento su nozioni marginaliste di capitale come fattore misurabile?
Al suo nucleo vi è un sistema lineare di produzione con capitale circolante: le merci sono prodotte mediante input di merci e lavoro. Sia (A) la matrice input–output (input di merci per unità di output), (l) il vettore dei coefficienti di lavoro diretto, (p) il vettore dei prezzi, (w) il salario (in un numerario adeguato) e (r) il tasso uniforme di profitto. Sraffa scrive il sistema dei prezzi come:
$$ p = (1+r)\,A\,p + w\,l $$
Date le tecniche (A,l) e dato o (w) o (r), i prezzi relativi e la variabile distributiva rimanente sono determinati (a meno di una normalizzazione). Si tratta dei “prezzi di produzione” — un concetto classico di lungo periodo: prezzi che consentono al sistema di riprodursi con un tasso di profitto uniforme, astraendo dalle fluttuazioni di mercato di breve periodo.
Un’innovazione chiave è la Merce standard (Standard Commodity). Ricardo aveva cercato una “misura invariabile del valore” per separare i cambiamenti nella distribuzione dai cambiamenti dei prezzi relativi. Sraffa costruisce una merce composita — derivata dall’autostruttura (eigenstructure) del sistema produttivo — tale che, lungo il corrispondente “sistema standard”, la frontiera salario–profitto diventa lineare:
$$ w = 1 - \frac{r}{R} $$
dove (R) è il tasso massimo di profitto (il tasso quando i salari sono zero), determinato puramente dalla tecnologia. La merce standard funge da numerario che rende trasparente la relazione salario–profitto, separando la distribuzione dal “rumore” delle variazioni dei prezzi.
Sraffa trattò anche complicazioni che la teoria marginalista spesso appianava: produzione congiunta (joint production) (output multipli da un unico processo), capitale fisso (fixed capital) (mezzi di produzione durevoli) e la terra come prodotto congiunto o input scarso. In modo più esplosivo, l’impianto mostra la possibilità logica di reswitching e di reverse capital deepening. Al diminuire del tasso di profitto, una tecnica può diventare minimizzante dei costi, poi smettere di esserlo, e quindi tornare a esserlo a tassi di profitto ancora più bassi — contraddicendo la presunzione neoclassica secondo cui tassi d’interesse più bassi selezionerebbero monotonamente metodi più “ad alta intensità di capitale”.
5. La controversia sul capitale di Cambridge (1953-1966)
La controversia non iniziò nel 1960, ma il libro di Sraffa rese inevitabile il suo nucleo tecnico. La domanda di Joan Robinson del 1953 — “che cos’è il capitale?” — catturava il punto: in un mondo eterogeneo di macchinari, edifici e scorte, misurati in diverse unità fisiche, il capitale deve essere valutato a prezzi; ma i prezzi dipendono dalla distribuzione (salari e tasso di profitto). La narrazione neoclassica della produttività marginale sembrava richiedere il capitale come grandezza indipendente.
Paul Samuelson tentò un salvataggio con la “funzione di produzione surrogata” (1962), suggerendo che, in certe condizioni, beni capitali eterogenei potessero essere trattati come se fossero un unico fattore in una funzione di produzione aggregata. Ma gli esempi contrari si moltiplicarono. Luigi Pasinetti (1966) fornì un caso chiaro che minava la generalità della costruzione surrogata. Il celebre “A Summing Up” di Samuelson (Quarterly Journal of Economics, 1966) ammise notoriamente la possibilità logica del reswitching — un’ammissione che la parabola della sostituzione monotona dei fattori non vale come legge generale.
Pierangelo Garegnani incalzò ulteriormente. Nel 1970 sostenne che, senza una curva di domanda ben definita per il “capitale”, la spiegazione marginalista della distribuzione attraverso la scarsità dei fattori fallisce a livello fondamentale: non si può derivare il tasso di profitto dal prodotto marginale di una quantità di capitale misurabile indipendentemente. Ciò che venne concesso, e ciò che non lo fu, divenne il successivo campo di battaglia. Robert Solow, Frank Hahn e altri sostennero che le anomalie teoriche non distruggevano l’utilità dei modelli neoclassici come approssimazioni; i critici replicarono che un’approssimazione costruita su un aggregato incoerente non è una semplificazione innocua, ma un errore di categoria.
6. La scuola italiana di Cambridge
L’influenza di Sraffa in Italia fu amplificata da una generazione che costruì istituzioni, corsi e programmi di ricerca attorno alla “rinascita classica”. Il capitale nelle teorie della distribuzione (1960) di Garegnani chiarì il metodo di lungo periodo e attaccò alla radice la teoria marginalista della distribuzione. Pasinetti, lavorando nella teoria della crescita di Cambridge, sviluppò il teorema di Pasinetti (1962), mostrando, sotto certe ipotesi, che il tasso di profitto può essere indipendente dalle propensioni al risparmio dei lavoratori—spostando ancora una volta l’attenzione dall’ottimizzazione individuale ai vincoli strutturali. Il suo successivo Structural Change and Economic Growth (1981) approfondì il nesso tra le dinamiche multisettoriali e la riproduzione classica.
Claudio Napoleoni divenne una voce di primo piano nel dibattito Marx–Sraffa, mentre Giorgio Lunghini, Alessandro Roncaglia, Fernando Vianello e Massimo Pivetti estesero i temi sraffiani alla teoria monetaria, alla storia del pensiero e a un’economia politica orientata alle politiche pubbliche. La scuola attecchì in diverse università—Roma, Siena, Modena, Pavia, Milano Cattolica—creando una rete italiana che rimase insolitamente connessa a Cambridge. Riviste e forum ebbero un ruolo importante: Political Economy / Contributions to Political Economy funsero da sbocchi chiave, e la scuola estiva di Trieste contribuì a riprodurre intellettualmente la tradizione.
7. Dibattiti e critiche
Negli anni Settanta l’impianto sraffiano era diventato un punto di riferimento per controversie interne all’economia eterodossa, oltre che contro il mainstream. Marx after Sraffa (1977) di Ian Steedman sostenne che il sistema di Sraffa poteva ricostruire risultati chiave della teoria classica e marxiana senza la teoria del valore-lavoro, intensificando il dibattito sul “problema della trasformazione” (la trasformazione dei valori-lavoro in prezzi di produzione). I “neo-ricardiani” furono accusati da alcuni marxisti di svuotare lo sfruttamento della sua forma specificamente sociale; i neo-ricardiani replicarono che lo sfruttamento può essere definito come una relazione distributiva in termini di sovrappiù, senza metafisica del valore.
I critici mainstream, in particolare Hahn in “The neo‑Ricardians” (1982), sostennero che gli sraffiani offrivano una critica senza una teoria positiva altrettanto generale del comportamento, delle aspettative e dell’aggiustamento di mercato. Un altro problema era sociologico: dopo il culmine della controversia sul capitale, l’economia dei manuali in larga misura andò oltre, soprattutto man mano che microfondazioni e poi la macroeconomia delle aspettative razionali vennero a dominare. Sraffa stesso rifiutò di trasformare il suo libro in un sistema alternativo completo; non lasciò una “macroeconomia sraffiana” analoga al keynesismo, e la sua riservatezza personale rafforzò la sensazione di un progetto incompiuto.
8. Eredità
L’influenza postuma di Sraffa aumentò quando, negli anni Novanta, l’archivio Sraffa presso il Trinity College, Cambridge, divenne accessibile, consentendo di ricostruire linee di pensiero inedite. Studiosi come Heinz D. Kurz e Neri Salvadori, insieme a Garegnani, approfondirono la comprensione del metodo di Sraffa e del suo rapporto con l’economia politica classica. Theory of Production (1995) di Kurz e Salvadori contribuì a sistematizzare il campo per una nuova generazione, collegando la teoria sraffiana dei prezzi alla moderna analisi input–output e alla crescita.
La rilevanza si è ravvivata anche dopo la crisi finanziaria del 2008, quando l’interesse è tornato su distribuzione, disuguaglianza e crescita trainata dalla domanda—ambiti in cui l’approccio del surplus trova naturalmente voce. La critica sraffiana del capitale aggregato resta un monito permanente contro il trattare “K” come una sostanza misurabile indipendente da valutazione e distribuzione. E nella storia intellettuale italiana, il ruolo di Sraffa come tramite per gli scritti carcerari di Gramsci—aiutando a preservare e trasmettere quaderni e corrispondenza—aggiunge una dimensione politico-culturale: fu un attore istituzionale discreto nella sopravvivenza di un’intera tradizione.
Tabella riepilogativa (Markdown)
| Anno | Opera o evento | Significato |
|---|---|---|
| 1925 | “Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta” | Primo attacco alle curve dei costi marshalliane; problema dei rendimenti crescenti |
| 1926 | “The Laws of Returns under Competitive Conditions” | Mostra la tensione tra concorrenza perfetta e rendimenti crescenti; prefigura la teoria della concorrenza imperfetta |
| 1932 | Dibattito con Hayek su Prices and Production | Critica della coerenza intertemporale dei prezzi; problemi dei “own-rates” |
| 1951 | Inizio di Works and Correspondence of David Ricardo (1951–73) | Rinascita dell’approccio classico del surplus; fondamenta per la ricostruzione sraffiana |
| 1960 | Production of Commodities by Means of Commodities | Sistema formale dei prezzi di produzione; merce standard; possibilità di reswitching |
| 1962 | Funzione di produzione surrogata di Samuelson; teorema di Pasinetti | Tentativo di salvataggio neoclassico; risultato classico/Cambridge su crescita e distribuzione |
| 1966 | Controesempio di Pasinetti; Samuelson “A Summing Up” | Concessione del reswitching; la controversia raggiunge l’apice |
| 1970 | Critica di Garegnani alla domanda di capitale | Sostiene che la distribuzione neoclassica è priva di fondamenti senza un capitale misurabile |
| 1977 | Steedman Marx after Sraffa | Riformula il dibattito sul valore marxiano; intensifica le dispute neo-ricardiane/marxiste |
Conclusioni: perché il libretto di Sraffa è ancora letto
Sraffa è ancora letto perché ha cambiato la domanda. Invece di chiedersi come i prezzi emergano da utilità e scarsità, si chiese come un’economia si riproduca materialmente—e come il surplus venga diviso quando i prezzi devono coprire i costi e garantire un saggio di profitto uniforme. La scuola italo-cambridgeiana trasformò questa intuizione in un programma di ricerca durevole: storicamente informato, matematicamente rigoroso nel suo nucleo lineare, e implacabilmente critico verso scorciatoie concettuali come il capitale aggregato.
Dov’è oggi la sua collocazione? Non come sostituto “mainstream”, ma come contrappunto permanente. La sua eredità più forte è metodologica: l’insistenza sul fatto che la distribuzione non possa essere ricavata da una pseudo‑quantità di capitale, la cui misurazione presuppone già la distribuzione che dovrebbe spiegare. In un’epoca nuovamente assorbita da disuguaglianza, quote dei profitti e vincoli strutturali alla base della crescita, il “preludio” del 1960 di Sraffa continua a svolgere la funzione per cui era stato concepito: una critica che costringe la teoria a guadagnarsi le sue categorie più fondamentali.