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Storia Economica · 13/10/2026 19:38 UTC

Solow e Swan: il modello di crescita neoclassica (1956)

Nel 1956, due economisti ai lati opposti del mondo pubblicarono, a dieci mesi di distanza l’uno dall’altro, essenzialmente lo stesso nuovo modello di crescita economica. Robert M.

Intro: due scoperte indipendenti nel 1956

Nel 1956, due economisti ai lati opposti del mondo pubblicarono, a dieci mesi di distanza l’uno dall’altro, essenzialmente lo stesso nuovo modello di crescita economica. Robert M. Solow, attivo a Cambridge, Massachusetts, pubblicò “A Contribution to the Theory of Economic Growth” nel Quarterly Journal of Economics (febbraio 1956). Trevor W. Swan, di base a Canberra, pubblicò “Economic Growth and Capital Accumulation” nell’Economic Record (dicembre 1956). Entrambi gli articoli sostituirono la logica di crescita a “coefficienti fissi” dominante nel dopoguerra con un impianto neoclassico imperniato sulla sostituzione tra capitale e lavoro, sui rendimenti decrescenti del capitale e su un equilibrio stabile di lungo periodo (uno “steady state”) verso cui le economie tendono.

Il modello Solow–Swan divenne l’ossatura della moderna teoria della crescita e uno strumento pratico di misurazione: è uno dei motivi per cui gli istituti statistici e le banche centrali parlano il linguaggio della “produttività” e della “produttività totale dei fattori” (total factor productivity, TFP). Eppure la maggior parte dei manuali lo chiama “modello di Solow”, anche se l’articolo di Swan, sviluppato in modo indipendente, contiene lo stesso meccanismo fondamentale. È una storia non solo di idee—come modellare la crescita durante il boom del dopoguerra—ma anche di scoperte multiple, prestigio delle riviste, reti accademiche e modalità con cui, in economia, viene attribuito il merito.

1. Il problema ereditato: Harrod–Domar e il “filo del rasoio”

Solow e Swan scrissero sullo sfondo di urgenti interrogativi del dopoguerra: la rapida ricostruzione e gli elevati investimenti avrebbero potuto sostenere la crescita senza inflazione o crisi? Le economie capitalistiche si sarebbero stabilizzate o avrebbero oscillato? Le principali risposte formali negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta furono i modelli di Harrod–Domar: “An Essay in Dynamic Theory” (1939) di Roy Harrod e “Capital Expansion, Rate of Growth, and Employment” (1946) di Evsey Domar.

Harrod e Domar trattavano la produzione come se capitale e output fossero legati da un rapporto capitale–prodotto fisso, lasciando poco spazio alla sostituibilità tra fattori. Questo generava la famigerata instabilità “sul filo del rasoio” (knife-edge): il tasso di crescita effettivo dell’economia doveva coincidere con un tasso di crescita “garantito” (warranted) determinato dal tasso di risparmio e dal fabbisogno fisso di capitale. Se se ne discostava, il modello implicava divergenza anziché aggiustamento—un’implicazione inquietante in un’epoca di pianificazione, politiche di piena occupazione e timori di stagnazione secolare.

Una via chiave per uscire dal problema del filo del rasoio era rendere variabili i coefficienti—consentendo alle imprese di sostituire lavoro al capitale quando il capitale è scarso, e viceversa. Non fu esclusivamente una mossa Solow–Swan; faceva parte di un più ampio spostamento teorico del dopoguerra. Le discussioni sulle proporzioni variabili erano nell’aria, inclusi lavori associati alla produzione a coefficienti variabili e alla nascente “sintesi neoclassica” (neoclassical synthesis). I primi anni Cinquanta videro anche un intenso dibattito a Cambridge (Regno Unito) su capitale, distribuzione e accumulazione, con figure come Joan Robinson e Nicholas Kaldor che mettevano in discussione la teoria neoclassica del capitale ed enfatizzavano tempo storico, aspettative e struttura istituzionale. L’intervento di Solow e Swan non risolse quelle controversie—ma cambiò l’apparato di default con cui la crescita sarebbe stata insegnata, stimata e dibattuta.

2. Il modello: rendimenti decrescenti, steady state e progresso tecnico esogeno

Al cuore del modello c’è una funzione di produzione aggregata liscia, con rendimenti di scala costanti e rendimenti marginali decrescenti del capitale. Nella sua forma più semplice:

$$ Y(t) = F\big(K(t), L(t)\big), $$

con le consuete proprietà “neoclassiche”: se il lavoro è mantenuto fisso, capitale aggiuntivo aumenta la produzione ma a un tasso decrescente. In presenza di rendimenti di scala costanti, è conveniente esprimere le variabili per lavoratore. Sia:

$$ k(t) = \frac{K(t)}{L(t)}, \quad y(t) = \frac{Y(t)}{L(t)} = f(k(t)). $$

Il capitale si accumula tramite investimenti, finanziati da un tasso di risparmio costante (s), e si deprezza al tasso (\delta). Il lavoro cresce a un tasso esogeno (n). L’equazione dinamica chiave—la “equazione fondamentale” del modello di Solow–Swan—è:

$$ \dot{k} = s f(k) - (n + \delta)k. $$

Questa singola equazione differenziale cattura la logica centrale. Il termine (s f(k)) è l’investimento per lavoratore; il termine ((n+\delta)k) è l’investimento “di pareggio” (break-even) per lavoratore necessario a dotare di capitale i nuovi lavoratori (crescita della popolazione) e a sostituire il capitale logorato (deprezzamento). Uno stato stazionario (k^*) si verifica quando il capitale per lavoratore smette di variare:

$$ s f(k^) = (n + \delta)k^. $$

Il risultato qualitativo cruciale discende dai rendimenti decrescenti: se (k) è al di sotto di (k^), l’investimento netto è positivo e (k) aumenta; se (k) è al di sopra di (k^), prevalgono deprezzamento più “diluizione” e (k) diminuisce. A differenza del filo del rasoio (knife-edge) di Harrod–Domar, questo modello tende a essere localmente stabile.

Eppure la stabilità si accompagna a una seconda implicazione distintiva: senza progresso tecnologico, il reddito per lavoratore non cresce all’infinito. Nel modello di base senza cambiamento tecnico, l’economia converge a un livello di stato stazionario di (k) e (y); la crescita della produzione totale (Y) deriva soltanto dalla crescita del lavoro (L), non dall’aumento del tenore di vita.

Per spiegare una crescita sostenuta del reddito pro capite durante il boom del dopoguerra, Solow e Swan introdussero un progresso tecnico esogeno. Una rappresentazione standard è una tecnologia che accresce l’efficienza del lavoro (labor-augmenting) (“Harrod-neutral”) (A(t)):

$$ Y(t) = F\big(K(t), A(t)L(t)\big), $$

con (A(t)) che cresce al tasso (g). Definendo il “lavoro efficace” come (A L) e il capitale per lavoratore efficace come (\tilde{k} = K/(A L)), l’equazione di accumulazione diventa:

$$ \dot{\tilde{k}} = s f(\tilde{k}) - (n + g + \delta)\tilde{k}. $$

In stato stazionario, (\tilde{k}) è costante, ma la produzione per lavoratore cresce al tasso esogeno del progresso tecnologico (g). Questo è il messaggio più sensibile alle politiche—e controverso—del modello: risparmio e investimento possono aumentare il livello del reddito pro capite, ma non il suo tasso di crescita di lungo periodo a meno che non incidano sul ritmo del progresso tecnologico, che il modello assume dato dall’esterno del sistema.

3. Solow 1957 e la contabilità della crescita: il residuo e “la nostra ignoranza”

Se l’articolo di Solow del 1956 ha rimodellato la teoria, quello del 1957 ha reso la cornice operativa per la misurazione. In “Technical Change and the Aggregate Production Function” (Review of Economics and Statistics, 1957), Solow scompone la crescita economica statunitense (1909–1949) in componenti attribuibili all’approfondimento del capitale (capital deepening) e a un residuo interpretato come cambiamento tecnico.

In mercati dei fattori concorrenziali e con rendimenti di scala costanti, si può scrivere la scomposizione del tasso di crescita (in una forma comune) come:

$$ \frac{\dot{Y}}{Y} = \alpha \frac{\dot{K}}{K} + (1-\alpha)\frac{\dot{L}}{L} + \frac{\dot{A}}{A}, $$

dove (\alpha) è la quota del reddito attribuita al capitale. Riordinando si ottiene il residuo:

$$ \frac{\dot{A}}{A} = \frac{\dot{Y}}{Y} - \alpha \frac{\dot{K}}{K} - (1-\alpha)\frac{\dot{L}}{L}. $$

La sorprendente evidenza empirica di Solow fu che la gran parte della crescita della produzione per lavoratore in quel periodo non era spiegata dagli aumenti misurati di capitale per lavoratore. In termini approssimativi (con dettagli che dipendono da scelte di misurazione precise), circa sette ottavi della crescita della produzione per lavoratore negli Stati Uniti fu attribuita al residuo—ciò che Solow definì “cambiamento tecnico”.

Moses Abramovitz in seguito diede al residuo la sua caratterizzazione più celebre come “una misura della nostra ignoranza” (una formula ampiamente citata nell’economia della crescita). Il punto non era soltanto retorico: il residuo include non solo la tecnologia “pura”, ma anche errori di misurazione, input omessi (come il capitale umano), riallocazioni tra settori, effetti di scala e cambiamento istituzionale. Ciononostante, l’esercizio di Solow stabilì il modello di riferimento per la growth accounting e contribuì a consolidare la TFP come oggetto statistico centrale nei conti nazionali e nei programmi sulla produttività.

4. La versione di Swan: sviluppo indipendente, un diagramma distintivo e la questione del credito

Il contributo di Swan del 1956 non era derivativo. A quanto risulta, presentò il modello in un seminario a metà del 1956 a cui partecipò James Meade, senza aver visto l’articolo di Solow sul QJE. L’esposizione di Swan utilizzava un chiaro apparato grafico che collegava il tasso di crescita del capitale al comportamento di risparmio e alle condizioni necessarie per una crescita costante—un approccio che risuonava con il linguaggio harrodiano, pur cambiando il meccanismo sottostante. Laddove la “crescita garantita” (warranted growth) di Harrod aveva proprietà da knife-edge sotto coefficienti fissi, l’impostazione a proporzioni variabili di Swan forniva un processo di aggiustamento stabile.

Swan spesso impiegava, a scopo illustrativo, una specificazione Cobb–Douglas:

$$ Y = K^\alpha (A L)^{1-\alpha}, \quad 0<\alpha<1, $$

che rende trasparente l’algebra dello steady state e in seguito divenne la forma funzionale di riferimento nell’economia macro applicata. Swan contribuì anche a ciò che divenne noto come la “regola aurea” (golden rule) dell’accumulazione di capitale, con lavori successivi (incluse contribuzioni tra l’inizio degli anni 1960 e la metà degli anni 1960) che esploravano il tasso di risparmio che massimizza il consumo per lavoratore nello steady state.

Perché, allora, i manuali si sono in larga misura attestati su “Solow”? Una parte della risposta è istituzionale: Solow pubblicò in una delle principali riviste statunitensi, con rapida circolazione internazionale, mentre Swan pubblicò in una sede australiana, con una diffusione più lenta nella formazione post-laurea americana e nella successiva esplosione della macroeconomia centrata sugli Stati Uniti nel dopoguerra. Una parte è legata alle reti accademiche: Solow era inserito nell’orbita MIT–Harvard mentre la teoria della crescita entrava nel curriculum di base.

Studiosi come Dimand e Spencer (2009) hanno sottolineato queste dinamiche di diffusione nello spiegare l’eponimo. I conteggi delle citazioni rendono l’asimmetria: intorno al 2009, Solow (1956) era citato circa 1.718 volte, contro circa 401 per Swan (1956). I numeri non sono una misura dell’originalità—entrambi furono originali—ma di come si organizza l’attenzione di una professione.

5. Ciò che il modello prevede e l’evidenza: convergenza, miracoli e limiti

Il modello di Solow–Swan formula una previsione di convergenza articolata. A parità di preferenze, tecnologia, crescita della popolazione e istituzioni—e differendo principalmente nel capitale iniziale per lavoratore—le economie più povere dovrebbero crescere più rapidamente mentre “recuperano” verso il proprio sentiero di steady state. Questa è “convergenza condizionata”: la convergenza vale dopo aver controllato per i parametri strutturali.

La letteratura empirica sulla crescita della fine del XX secolo, associata alle regressioni cross-country, ha reso la convergenza condizionata un test centrale. I lavori di Robert Barro e il modello di Solow ampliato (augmented Solow model) di Mankiw, Romer e Weil (1992) sostenevano che, una volta tenuto conto delle differenze nei tassi di risparmio/investimento, nella crescita della popolazione e (nelle versioni ampliate) nell’accumulazione di capitale umano, i paesi più poveri tendono effettivamente a crescere più rapidamente. La convergenza assoluta—ossia i paesi poveri che raggiungono quelli ricchi senza condizionamenti—fallisce però a livello globale, coerentemente con ampie differenze tra paesi in tecnologia, istituzioni e contesti di policy, che il modello di base tratta come parametri.

Il modello ha anche plasmato i dibattiti sulla rapida crescita dell’Asia orientale. Negli anni Novanta, Paul Krugman (riprendendo il lavoro empirico di Alwyn Young) sostenne che gran parte del cosiddetto “miracolo asiatico” poteva essere spiegata dall’accumulazione dei fattori—alti investimenti e crescente partecipazione alla forza lavoro—più che da una crescita straordinaria della TFP: più “sudore” che “ispirazione”. Era un modo solowiano di parlare: distinguere l’approfondimento del capitale (capital deepening) dal residuo, e chiedersi se la crescita sia transitoria (guidata dall’avvicinamento a un livello di stato stazionario più elevato) oppure sostenuta (guidata da una crescita persistente della TFP).

6. Critiche e successori: controversie sul capitale e crescita endogena

Nessun modello di crescita così influente sfugge alle critiche. Una linea di attacco provenne dalla Cambridge capital controversy degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui Robinson e altri misero in discussione se il “capitale” possa essere aggregato in modo coerente in un’unica grandezza indipendente dalla distribuzione e dai prezzi relativi. Se il capitale non può essere misurato come un fattore unidimensionale nel modo assunto dal modello, allora la funzione di produzione aggregata—e la netta separazione tra accumulazione dei fattori e cambiamento tecnico—può risultare teoricamente fragile. Molti studiosi risposero pragmaticamente: anche se l’aggregazione è imperfetta, la contabilità della crescita (growth accounting) e le regressioni neoclassiche sulla crescita possono restare approssimazioni informative.

Una seconda critica riguarda l’esogenità del progresso tecnologico. In Solow–Swan, (g) proviene dall’esterno del modello. Ciò ha stimolato lo sviluppo della teoria della crescita endogena. L’articolo di Paul Romer del 1986 (e i lavori successivi intorno al 1990) mise in evidenza gli spillover di conoscenza e le idee non rivali (non-rival) che possono generare crescita sostenuta senza cambiamento tecnico esogeno. Robert Lucas (1988) enfatizzò l’accumulazione di capitale umano e le esternalità. Questi modelli reinterpretarono il ruolo delle politiche: istruzione, incentivi alla R&S, dimensione del mercato e istituzioni potevano incidere non solo sui livelli di reddito, ma anche sui tassi di crescita di lungo periodo.

Approcci successivi—spesso raggruppati sotto l’etichetta di unified growth theory—hanno cercato di connettere stagnazione malthusiana, transizione demografica e crescita moderna sostenuta in un unico quadro, andando oltre il focus di metà Novecento di Solow–Swan.

Infine, la regola aurea dell’accumulazione—strettamente legata alle dinamiche di Solow–Swan—fu essa stessa una scoperta multipla. Edmund Phelps (1961) è comunemente citato, sebbene diversi economisti abbiano contribuito nello stesso periodo. La regola aurea individua il risparmio (e quindi l’intensità di capitale di stato stazionario) che massimizza il consumo di stato stazionario per lavoratore efficiente, formalizzando un benchmark normativo all’interno di un modello positivo.

7. Eredità: riconoscimento Nobel, status di modello di lavoro, e ciò che lascia fuori

Solow ricevette il Premio Nobel per l’Economia nel 1987 «per i suoi contributi alla teoria della crescita economica». Swan morì nel 1989 senza il premio, rafforzando l’idea — ingiusta rispetto al dato storico — che il modello avesse un unico autore. Eppure la scoperta indipendente (dual discovery) è oggi ampiamente riconosciuta nella letteratura accademica, anche se nelle semplificazioni didattiche continua a prevalere una scorciatoia.

Il modello perdura perché svolge in modo straordinariamente efficace diverse funzioni. Offre un ponte trattabile tra l’intuizione microeconomica (rendimenti decrescenti, sostituzione) e gli esiti macroeconomici (standard di vita di lungo periodo). Fornisce una logica chiara delle dinamiche di transizione e della convergenza condizionale. E sostiene la contabilità dello sviluppo e della produttività: quando gli analisti confrontano i livelli di reddito dei paesi, separano di routine le differenze negli input dei fattori dalle differenze nella TFP — un’operazione che discende direttamente da Solow (1957).

Allo stesso tempo, le sue omissioni sono ormai istruttive quanto le sue intuizioni. Istituzioni, capacità dello Stato, stabilità politica, disuguaglianza, potere di mercato, riallocazione settoriale e il sistema dell’innovazione incidono sulla crescita in modi che non sono naturalmente “parametri”, ma esiti endogeni. Il modello di Solow–Swan resta la baseline — il punto di partenza degli economisti — proprio perché le teorie successive possono essere formulate come emendamenti: rendere (A(t)) endogeno; aggiungere capitale umano; consentire concorrenza imperfetta; aggiungere misallocation; modellare il cambiamento tecnico diretto; incorporare vincoli climatici.

Tabella riassuntiva (Markdown)

Concept Meaning Policy or empirical implication
Saving rate (s) Quota di prodotto investita Un (s) più alto aumenta lo stato stazionario (k^) e (y^) (i livelli), ma non la crescita pro capite di lungo periodo quando (g) è esogeno
Population growth (n) Crescita della forza lavoro Un (n) più alto riduce lo stato stazionario (k^) e (y^); rende più difficile “tenere il passo” con l’investimento di pareggio (break-even investment)
Depreciation (\delta) Usura e obsolescenza del capitale Una (\delta) più alta riduce l’intensità di capitale di stato stazionario; aumenta l’investimento necessario per mantenere (k)
Steady state Dove (\dot{k}=0) (o (\dot{\tilde{k}}=0) con la tecnologia) Prevede livelli stabili di lungo periodo e dinamiche di transizione; base della convergenza condizionale
Technical progress (A(t)) with rate (g) Efficienza del lavoro (spesso labor-augmenting) Unica fonte sostenuta di crescita di lungo periodo del reddito pro capite nel modello neoclassico
Solow residual (TFP growth) Crescita del prodotto non spiegata dalla crescita di capitale e lavoro Oggetto empirico centrale; interpretato con cautela come tecnologia più “tutto il resto” (misurazione, riallocazione, capitale umano, istituzioni)
Golden rule Intensità di capitale che massimizza il consumo di stato stazionario Fornisce un benchmark normativo per valutare se un’economia accumula capitale “troppo” o “troppo poco”
Convergence Le economie più povere crescono più rapidamente, in modo condizionale Empiricamente: la convergenza condizionale è spesso supportata; la convergenza assoluta fallisce per differenze strutturali in (s,n,g), istituzioni e tecnologia

Conclusioni: un linguaggio condiviso nato da una scoperta multipla

Il modello di crescita neoclassico è un caso raro in cui un unico impianto concettuale ha rimodellato sia la teoria sia la misurazione — e lo ha fatto attraverso due invenzioni non coordinate, quasi simultanee. Solow e Swan sostituirono il “filo del rasoio” di Harrod–Domar con un sistema che converge; resero centrali i rendimenti decrescenti e la sostituibilità; ed elevarono il progresso tecnologico da elemento secondario a fattore decisivo dei livelli di vita di lungo periodo. La growth accounting di Solow del 1957 tradusse poi la teoria in un programma empirico, con il residuo — talvolta illuminante, talvolta “la nostra ignoranza” — che divenne una statistica da prima pagina nell’analisi della produttività.

Che il mondo ricordi un “modello di Solow” più di un “modello di Solow–Swan” è di per sé una lezione di storia economica: le idee non si diffondono in proporzione alla sola originalità, ma attraverso riviste, reti, didattica e tempismo. Eppure il risultato duraturo è collettivo. Due economisti, lavorando indipendentemente nel boom del dopoguerra, costruirono un linguaggio comune per porre la domanda che ancora struttura i dibattiti sullo sviluppo: se l’accumulazione di capitale non basta a rendere ricco un Paese, che cosa — precisamente — spiega il resto?

Fonte: Horizon Brief Editorial - Robert Solow, Trevor Swan

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