Da Lorenzo “il Magnifico” al duca Cosimo, l’élite fiorentina finì per abbracciare le armi da fuoco, un tempo considerate disonorevoli. Le milizie contribuirono a normalizzare la presenza delle armi nella vita civica e nell’esercizio del potere.

Lorenzo de’ Medici è ricordato come il colto artefice del potere della Firenze rinascimentale, non come un uomo armato. Eppure l’inventario compilato dopo la sua morte, nel 1492, registra che Lorenzo “il Magnifico” possedeva cinque armi da fuoco portatili. Quel dettaglio coglie un momento di transizione: le armi a polvere da sparo erano già presenti nelle case dell’élite, anche se molti contemporanei le denunciavano come moralmente sospette. Scrittori e artisti raffiguravano spesso le armi da fuoco come strumenti del Diavolo e come l’opposto del combattimento cavalleresco — efficaci, forse, ma disonorevoli.

Ciò che cambiò nei decenni successivi non fu soltanto la tecnologia, ma l’accettazione. Nei primi mesi del 1539, un discendente di Lorenzo, Cosimo de’ Medici, ormai duca di Firenze, aveva accumulato 91 armi da fuoco custodite in città. Nelle corti dell’Italia tardo-rinascimentale, la pistola e l’archibugio erano passati da novità inquietante a strumento rispettabile di potere.

Questo mutamento non si limitò agli arsenali principesche. In tutta la penisola italiana, le armi da fuoco cominciarono a entrare anche in vite più ordinarie attraverso un’istituzione che si espanse rapidamente all’inizio del XVI secolo: la milizia. La maggior parte degli Stati italiani non manteneva eserciti permanenti. Si affidava invece a mobilitazioni temporanee e, spesso, a mercenari professionisti. I dirigenti fiorentini, però, dubitavano sempre più dell’affidabilità dei soldati assoldati. Una disposizione del 1506 che istituiva una milizia fiorentina dichiarava senza mezzi termini che c’era “poca speranza” nelle “armi forestiere e mercenarie”. La risposta, sosteneva il decreto, era una nuova magistratura con il potere di arruolare almeno 10.000 uomini dal territorio fiorentino.

Le armi da fuoco erano parte integrante di questo progetto civico. Uno su dieci dei reclutati doveva essere equipaggiato con armi da fuoco, e alla città veniva ordinato di tenere 500 pistole — schioppetti — nel Palazzo della Signoria (l’odierno Palazzo Vecchio), insieme a tutti i fondi necessari per le armi, presumibilmente inclusi polvere da sparo e munizioni. I piani prevedevano persino alcune compagnie — tre o quattro bandiere — composte interamente da truppe armate di schioppi, gli schioppettieri.

La milizia di Firenze, spesso associata al ruolo di Niccolò Machiavelli nella sua creazione, fu modellata in parte sulle pratiche tedesche di autodifesa urbana, nelle quali ci si aspettava che i cittadini maschi mantenessero armi adeguate. La città attinse anche competenze dall’estero. Uno dei primi conestabili fu un tedesco noto come Giovanni Tedesco, e un altro, Giliberto Spagnolo, veniva dalla Spagna — potenza emergente nell’impiego sul campo delle armi leggere. Tedesco organizzò esercitazioni di tiro al bersaglio per la sua compagnia e, dal 1508, gli esercizi di tiro furono estesi a tutta la milizia, con cadenza mensile.

Le milizie, in sé, non erano una novità. Ma negli anni 1490, l’intervento straniero su larga scala in Italia conferì loro una nuova urgenza, così come una più ampia tendenza militare: la fanteria stava diventando più decisiva in guerra. Sulla frontiera orientale di Venezia, in Friuli, dove i territori veneziani confinavano con il mondo ottomano, unità di milizia utilizzavano armi da fuoco già negli anni 1490. Altrove, presto anche le guardie cittadine ricevettero armi da fuoco. Considerati nel loro insieme, la crescita delle milizie divenne il più importante motore della proliferazione delle armi da fuoco nell’Italia del XVI secolo.

Lo sfondo più ampio era fatto di un conflitto quasi continuo, mentre Francia e Spagna si contendevano il predominio sulla penisola dal 1494 al 1559. Allo scoccare del nuovo secolo, gli archibugieri spagnoli—fanteria armata del lungo archibugio con calcio in legno—mostravano nelle campagne italiane che cosa simili armi fossero in grado di fare. I sovrani italiani incoraggiavano il tiro sia per la difesa civica sia per la prontezza militare, e di conseguenza mutavano anche i loro gusti personali. I Medici non erano i soli: nel 1538 il Duca di Urbino poteva descrivere una nuova arma da fuoco come “a me carissima”, un sentimento sorprendente se si considera quanto di recente le armi da fuoco fossero state condannate come vergognosamente poco cavalleresche.

Perché conta

La diffusione delle armi da fuoco nell’Italia rinascimentale non fu soltanto una storia di innovazione sul campo di battaglia; rimodellò le istituzioni civiche, l’addestramento pubblico e il rapporto tra gli Stati e i loro cittadini. Con l’espansione delle milizie, i governi normalizzarono il possesso di armi e la pratica del tiro come parte della sicurezza collettiva. Questo andamento mette anche in luce quanto a lungo possa persistere la resistenza culturale—e quanto rapidamente possa svanire quando le pressioni strategiche rendono indispensabile una tecnologia un tempo disprezzata.