Una nuova ricerca riconsidera il ruolo controverso di Harry Truman nella decisione sull’uso della bomba atomica ed esamina come cercò di controllare il potere nucleare, mentre i dibattiti tra gli storici restano nettamente divisi.

Harry S. Truman occupa una posizione scomoda nel lungo conflitto storiografico sul perché gli Stati Uniti usarono armi atomiche contro il Giappone nel 1945. Scuole interpretative concorrenti hanno trasformato il nuovo presidente ora in uno stratega calcolatore, ora in una figura in gran parte distaccata, trascinata dagli eventi—un’ambiguità che continua a plasmare il modo in cui gli studiosi raccontano l’alba dell’era nucleare.

Nella versione “ortodossa”, Truman e i suoi consiglieri compirono una scelta cupa ma logicamente difendibile. L’elevato numero di vittime statunitensi previsto in caso di invasione, l’incapacità di Tokyo di convergere su condizioni di resa, e le aspettative di un’opinione pubblica americana sfinita dalla guerra vengono spesso citati come pressioni che spinsero l’amministrazione verso l’uso della bomba. Gli storici “revisionisti”, al contrario, sostengono che Truman mostrò un coinvolgimento limitato nei dettagli su obiettivi e tempistiche, non perseguì una fine negoziata della guerra che alcuni specialisti del Giappone raccomandavano, e guardò sempre più al potere atomico attraverso la lente di un confronto ormai in avvicinamento con Josef Stalin, proprio mentre le implicazioni morali della guerra nucleare cominciavano solo allora a delinearsi con chiarezza.

Questi dibattiti non rimasero confinati alle riviste accademiche. Riesplosero pubblicamente nel 1995, quando la Smithsonian Institution abbandonò una mostra prevista per il 50° anniversario su Hiroshima e Nagasaki dopo aspre critiche da parte di associazioni di veterani, politici e studiosi su come l’esposizione inquadrava i bombardamenti. La controversia si sviluppò nello stesso momento in cui gli spazi di discussione online—liste email, primi forum web e in seguito blog—stavano ampliando il pubblico degli storici. Il risultato fu una maggiore visibilità delle dispute su prove e interpretazioni, spesso con minori freni. Dopo decenni di minuzioso lavoro d’archivio che avevano prodotto pochi punti di convergenza, la frustrazione si irrigidì fino a somigliare a schieramenti trincerati.

Questo scenario polarizzato fa da sfondo a The Most Awful Responsibility: Truman and the Secret Struggle for Control of the Atomic Age (HarperCollins, 2025) di Alex Wellerstein, una voce contemporanea di primo piano nella storia nucleare. Wellerstein è già noto anche fuori dall’accademia per “Nukemap”, lo strumento online interattivo lanciato nel 2012 che consente agli utenti di modellare i danni da esplosione e le ricadute (fallout) per diverse detonazioni nucleari. Il sito—tuttora mantenuto su https://nuclearsecrecy.com/nukemap/—ha aiutato a tradurre megatoni astratti in conseguenze a scala di quartiere, diventando un modo ampiamente condiviso con cui il pubblico può visualizzare che cosa potrebbe significare l’uso del nucleare per le proprie città.

Nel nuovo libro, Wellerstein indirizza la stessa capacità di rendere leggibili realtà tecniche e burocratiche verso una domanda diversa: una volta che l’arma esisteva ed era stata usata, come cercò Truman di controllarla? Le ansie di Truman su chi avrebbe potuto acquisire il potere atomico erano evidenti fin dall’inizio. In un appunto di diario del luglio 1945, osservò che era “certamente una buona cosa per il mondo” che il regime di Adolf Hitler—o quello di Stalin—non fosse stato il primo a ottenere la bomba. Eppure l’Unione Sovietica avrebbe fatto detonare un proprio ordigno nell’agosto 1949, proprio mentre Truman entrava nel suo secondo mandato, ponendo fine al monopolio statunitense e rimodellando la strategia globale.

Il resoconto di Wellerstein si concentra su un periodo che molte narrazioni trattano come una breve transizione: i quattro anni tra Hiroshima e Nagasaki nell’agosto 1945 e il primo test sovietico nell’agosto 1949. Egli ricostruisce quegli anni attraverso letture ravvicinate e fortemente contestualizzate delle dichiarazioni e delle decisioni di Truman, sottolineando la lotta spesso nascosta su chi avrebbe avuto accesso alle armi nucleari e sotto quale autorità. Comprendere quel confronto, sostiene il libro, richiede di misurarsi con politiche rimaste classificate a lungo e con rivalità istituzionali—un terreno che Wellerstein aveva già esplorato nel suo studio del 2021 sulla segretezza nucleare statunitense, Restricted Data: The History of Nuclear Secrecy in the United States (University of Chicago Press).

La parte finale del libro segue Truman mentre l’equilibrio nucleare cambia. Wellerstein ricostruisce come l’amministrazione si mosse per riaffermare la superiorità attraverso lo sviluppo di “the Super”, il termine iniziale per la bomba all’idrogeno. Riconsidera inoltre le tese controversie sul possibile impiego del nucleare nella guerra di Corea—dibattiti esplosi proprio mentre la corsa agli armamenti diventava una caratteristica duratura della politica internazionale.

Perché è importante

Le decisioni di Truman dopo il 1945 contribuirono a definire chi controlla le armi nucleari, come opera la segretezza e con quale rapidità l’escalation tecnologica può trasformarsi in politica. Poiché i rischi nucleari odierni si estendono dalla rivalità tra grandi potenze ai timori di proliferazione, comprendere le primissime contese su autorità e moderazione offre indizi su ciò che rende le barriere di sicurezza durevoli—o fragili. Vale la pena osservare in particolare come questa storia informi i dibattiti attuali sul potere esecutivo, sull’accesso militare e sulla politica di modernizzazione nucleare.