L’antica Roma è spesso citata come modello di autorità maschile netta e incontestabile, ma le fonti romane mostrano che la mascolinità era oggetto di contesa e veniva messa in scena. La carriera di Cicerone rivela che l’essere uomo era plasmato tanto dall’eloquenza civica quanto dal combattimento.

Nelle odierne guerre culturali, la mascolinità viene spesso presentata al tempo stesso come minacciata e bisognosa di essere recuperata. Figure online vendono una versione della virilità fondata su simboli di status — velocità, sesso e muscoli — e talvolta indicano con nostalgia società del passato, come se offrissero un modello chiaro e universalmente ammirato. L’antica Roma viene spesso arruolata in questo racconto come presunta vetrina di gerarchia disciplinata e di un’autorità maschile senza complicazioni.

Ma le testimonianze romane, persino dagli spazi politici più “maschili” di Roma, suggeriscono qualcosa di più complesso. Marco Tullio Cicerone, celebrato uomo di Stato della repubblica e maestro della parola pubblica, è regolarmente trattato come emblema della grandezza civica romana. Nella metà del I secolo a.C. non aveva rivali nei tribunali e in senato, e i suoi discorsi giunti fino a noi furono usati come modelli per aspiranti oratori per secoli. L’arena in cui operava era esplicitamente codificata al maschile: per un uomo romano, essere accusato di comportarsi “come una donna” poteva essere socialmente devastante. La cultura romana segnava “il femminile” come qualcosa da respingere o deridere.

Eppure resta una domanda difficile: che cosa, in termini pratici, contava come comportarsi da uomo?

Nel II e nel I secolo a.C., la tarda repubblica elevò una serie di comandanti militari a esempi pubblici di virtù maschile. Gaio Mario fu tra i più in vista. Si costruì la reputazione con campagne in Spagna e nel Nord Africa e con i combattimenti sulla frontiera settentrionale dell’Italia, quindi compì l’impresa straordinaria di essere eletto console — uno dei due principali magistrati esecutivi di Roma — anno dopo anno. Mario divenne anche un simbolo di autorità conquistata con fatica perché non proveniva da un’antica stirpe aristocratica. Scrittori romani più tardi arrivano persino a immaginarlo mentre risponde ai critici che lo liquidavano come rozzo, trasformando la sua rudezza nella prova che la sua virilità era stata forgiata sotto la pressione del campo di battaglia.

Questo legame tra mascolinità e combattimento era profondamente radicato nel linguaggio e nei valori romani. Il termine virtus, derivato da vir (che significa uomo, in contrapposizione a donna), compare nelle prime attestazioni romane a metà del V secolo a.C. con il significato di coraggio in guerra. Il coraggio militare poteva essere considerato l’espressione più pura della virilità romana. Sallustio, scrivendo negli anni 40 a.C., guardava ai Romani di un tempo come a paradigmi la cui virtus “respingev[a] i pericoli” e consentiva loro di sostenere alleati e amici.

Ma anche mentre Roma si espandeva grazie a grandi vittorie dal III al I secolo a.C., la guerra non era l’unico banco di prova della mascolinità d’élite. La vita di Cicerone mette in evidenza un secondo ambito: la performance civica e la persuasione.

Quando Cicerone aveva circa 16 anni, il suo passaggio all’età adulta seguì un rituale pubblico tipico per i ragazzi del suo ceto, probabilmente durante la festa delle Liberalia nel 90 a.C. Il momento fu segnato dall’indossare la toga virilis — la “toga della virilità” — un pesante indumento di lana associato alla cittadinanza e alla vita civile più che al mestiere delle armi. Decenni dopo, da console nel 63 a.C., Cicerone affrontò quella che descrisse come una minaccia esistenziale: la congiura guidata da Catilina. Ne presentò la sconfitta non come un trionfo militare, ma come una vittoria ottenuta da “cittadini in toga”. Attraverso discorsi che convinsero senatori e opinione pubblica del pericolo, contribuì a innescare la risposta che schiacciò il complotto. Nelle orazioni successive insistette sul fatto che salvare lo Stato con le parole fosse paragonabile alle imprese dei più grandi generali.

Per la classe dirigente di Roma, l’arte del parlare in pubblico non era un ornamento decorativo: era potere. L’obiettivo era piegare un uditorio all’azione. In quel mondo, il predominio di Cicerone come oratore quando raggiunse il consolato equivaleva a una forma di conquista a pieno titolo, suggerendo che la “virilità” romana poteva essere costruita non solo sulla spada, ma anche sulla voce.

Perché è importante

Roma viene spesso evocata oggi come un semplice modello di certezza maschile; eppure le fonti mostrano che la mascolinità dell’élite romana era contesa e articolata su più piani—radicata sia nel coraggio militare sia nella performance civica. Questa complessità conta per chiunque usi il mondo antico come modello culturale. Il dibattito da seguire non è se i Romani attribuissero valore alla mascolinità—lo facevano—ma quali tipi di realizzazione la loro società permettesse di considerare pienamente “virili”.