L’economista Liaquat Ahamed si unisce a Tyler Cowen per esplorare la storia monetaria, dal bimetallismo all’oro nel periodo tra le due guerre, chiedendosi perché alcune crisi lascino cicatrici sulla politica e sulla disuguaglianza.

L’ultimo episodio con l’economista e autore Liaquat Ahamed arriva confezionato in più formati—audio, video e trascrizione integrale—e spazia ampiamente nella storia della moneta, della politica e delle idee, per poi concludersi su un terreno inaspettatamente personale.

La conversazione si apre con un enigma storico e poi si sposta rapidamente nell’intricata relazione, ad altissima posta, tra finanza e arte di governo nel XIX secolo. Tra le prime tappe: la sorprendente scommessa di William Gladstone sul debito egiziano e il ruolo di Otto von Bismarck nello smantellamento del bimetallismo—un atto che la discussione collega a una prolungata deflazione globale che contribuì a plasmare le condizioni economiche per circa due decenni. L’episodio riprende anche controfattuali monetari concorrenti, chiedendosi se un sistema internazionale basato sull’argento, o qualche forma di compromesso “symmetallic”, avrebbe potuto offrire un’alternativa praticabile a un regime aureo a metallo unico.

Da lì, il dialogo balza in avanti al periodo tra le due guerre. La decisione della Gran Bretagna di riportare la sterlina all’oro alla parità prebellica nel 1926 viene trattata come una scelta cruciale—e costosa. La narrazione segue poi Hjalmar Schacht, il cui arco di carriera è presentato come una trasformazione: da tecnocrate accreditato di aver stabilizzato la valuta della Germania di Weimar a figura opportunista che collaborò con il governo nazista. C’è spazio anche per i tratti caratteriali: Montagu Norman, l’influente governatore della Bank of England, appare non solo come banchiere centrale ma anche come un uomo attratto dallo spiritismo.

Un filo collega questi episodi tra loro disparati: che cosa distingue le turbolenze finanziarie che cicatrizzano in modo permanente le società da quelle che passano senza far deragliare la crescita di lungo periodo. Il conduttore Tyler Cowen insiste direttamente su questo punto contrapponendo i due libri più noti di Ahamed. Lords of Finance, dice Cowen, lo ha lasciato convinto che le crisi possano essere decisive, perché gli eventi che racconta contribuirono alla Grande Depressione. Eppure il libro più recente di Ahamed, 1873, sembra quasi suggerire il contrario—nonostante la turbolenza, l’economia mondiale continuò a espandersi.

La risposta di Ahamed è separare il danno economico immediato dalle più lente scosse di assestamento politiche e distributive. La crisi del 1873, sostiene, non innescò una depressione su scala paragonabile a quella degli anni 1930. Ma mise in moto una catena di conseguenze che indebolì l’economia politica globale per i 20 anni successivi. Propone perfino un’inquadratura alternativa: il libro avrebbe potuto altrettanto bene intitolarsi The First Great Deflation.

Cowen osserva che la deflazione viene spesso descritta come particolarmente dannosa quando i salari si aggiustano lentamente. Ahamed ribatte che, nella tarda età ottocentesca, prezzi e salari si rivelarono più flessibili di quanto potrebbero supporre gli osservatori moderni: la retribuzione nominale poteva scendere. Il danno più profondo, dice, arrivò invece attraverso gli spostamenti di chi guadagnava e chi perdeva—e la reazione politica prodotta da quegli spostamenti.

Quella reazione, nel racconto di Ahamed, non fu un vero e proprio collasso politico, ma fu tutt’altro che benigna. Indica il populismo negli Stati Uniti, una rinascita del protezionismo in tutta Europa, un arretramento rispetto al pensiero economico liberale e una rinnovata postura imperiale—mettendo in evidenza l’invasione britannica dell’Egitto—come segnali di un’epoca più dura e più ansiosa dopo il 1873.

L’episodio spazia anche tra la fine del XX e il XXI secolo, traendo lezioni dall’esperienza del FMI, inclusi il boom e il crollo immobiliare dell’Irlanda, la “dozzina doppia” di salvataggi del Pakistan e gli errori che hanno trasformato la crisi dell’eurozona in una prova prolungata. Poi approda alla stagnazione contemporanea della Gran Bretagna—presentata come un vero enigma—e infine al tortuoso percorso professionale dello stesso Ahamed, dalla World Bank a un progetto cinematografico non riuscito sull’Iraq e, in ultima analisi, alla religione e all’identità.

In uno scambio conclusivo, Cowen chiede degli Ismailiti—Ahamed viene descritto come non praticante—e del perché quella comunità sia spesso considerata insolitamente orientata all’istruzione e al progresso. Ahamed attribuisce gran parte di ciò alla struttura di leadership della comunità: gli Ismailiti seguono l’Aga Khan, considerato un discendente diretto del profeta Maometto e investito di una sostanziale autorità morale. Sebbene Ahamed dica che le generazioni precedenti talvolta credevano che l’Aga Khan possedesse uno spirito divino—una convinzione che, suggerisce, oggi è meno comune—il ruolo di leadership resta abbastanza potente da coordinare cambiamenti collettivi su vasta scala. Gli Ismailiti, aggiunge, sono circa due o tre milioni nel mondo. Cowen riassume una possibile implicazione: un imam non nascosto può fungere da fonte continua di adattamento—un punto che Ahamed collega alla ratio originaria dello sciismo.

Perché è importante

L’episodio usa la storia monetaria per mostrare come gli shock finanziari possano rimodellare la politica anche quando la crescita in prima pagina continua—un argomento di evidente rilevanza per i decisori politici che oggi valutano scelte su inflazione, debito e tassi di cambio. Collega inoltre lo stress distributivo ai movimenti di reazione, suggerendo che le metriche di “ripresa” possano non cogliere le forze che destabilizzano le istituzioni. Vale la pena osservare come questi parallelismi storici vengano applicati ai dibattiti attuali sugli assetti valutari globali, sulla gestione delle crisi e sulla direzione economica della Gran Bretagna e dell’Europa.