Le evidenze suggeriscono che il mercato nazionale del carbonio cinese basato su tariffe (rate-based) abbia stimolato una maggiore produzione e maggiori emissioni nelle centrali a carbone più efficienti, con il potenziale di aggravare l’inquinamento atmosferico locale.

Il primo programma nazionale cinese di scambio di quote di carbonio, avviato nel 2021, è stato presentato come una tappa fondamentale della politica climatica: si applica al maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e, in linea di principio, dovrebbe spingere il settore elettrico verso una produzione più pulita. Ma nuove evidenze empiriche suggeriscono che la struttura del mercato — costruita attorno ai tassi di emissione anziché a un tetto rigido — potrebbe produrre un risultato iniziale controintuitivo: maggiore produzione e maggiori emissioni dalle centrali a carbone più efficienti.

A differenza dei sistemi cap-and-trade che limitano le emissioni totali, lo schema nazionale cinese è “rate-based”. Le centrali elettriche vengono valutate rispetto a parametri di riferimento (benchmark) legati alla quantità di CO₂ emessa per unità di elettricità prodotta. Questa scelta progettuale è importante. La teoria economica sulla regolazione rate-based prevede che, sebbene tali sistemi possano incentivare una minore intensità emissiva, possano anche di fatto sovvenzionare la produzione — perché un impianto che supera (in positivo) il benchmark può aumentare l’output senza dover affrontare un vincolo crescente sulle emissioni totali.

Shuang Zhang e Douglas Almond analizzano la performance iniziale di questa politica con evidenze a livello di impianto, basandosi su immagini satellitari combinate con metodi di machine learning per misurare la generazione elettrica e le emissioni di CO₂ associate. Il loro focus è particolarmente rilevante perché il mercato regola quasi tutte le centrali elettriche a carbone in Cina, rendendo il carbone un banco di prova centrale per capire come il sistema funzioni nella pratica.

Il risultato principale dello studio è netto: dopo l’avvio del mercato nazionale, le centrali ad alta efficienza hanno aumentato la produzione di elettricità e le emissioni di CO₂ di circa il 5% rispetto alle centrali a bassa efficienza. Questa divergenza è coerente con l’idea che gli impianti più efficienti — quelli meglio posizionati per rispettare un benchmark di intensità — abbiano reagito producendo più energia.

Una domanda chiave è se questo spostamento dell’output sia stato accompagnato da un miglioramento compensativo dell’intensità carbonica. Gli autori verificano se vi sia un calo differenziale dell’intensità delle emissioni tra centrali a maggiore e minore efficienza. Non trovano evidenza di una riduzione distinta dell’intensità per il gruppo più efficiente, pur avvertendo che tali stime sono imprecise.

Per rafforzare l’interpretazione, Zhang e Almond confrontano anche le centrali a carbone cinesi con impianti in Indonesia e nelle Filippine — Paesi che nello stesso periodo non disponevano di un mercato del carbonio comparabile. In quel confronto, le centrali cinesi ad alta efficienza mostrano nuovamente aumenti delle emissioni, mentre la variazione stimata per le centrali cinesi a bassa efficienza è piccola e statisticamente non significativa. Nel complesso, questo andamento suggerisce che le emissioni extra dovute all’aumento di produzione delle centrali ad alta efficienza abbiano superato qualsiasi sostituzione a scapito della generazione meno efficiente.

Le implicazioni vanno oltre la contabilità del carbonio. Utilizzando i pattern della qualità dell’aria sottovento, gli autori riscontrano che l’inquinamento locale è peggiorato maggiormente nelle aree interessate dalle emissioni delle centrali ad alta efficienza rispetto alle aree sottovento delle centrali a bassa efficienza. In sostanza, l’incremento di produzione delle unità a carbone “più pulite per progettazione” si è comunque tradotto in ulteriore inquinamento, degradando la qualità dell’aria in alcune zone della Cina che erano state relativamente pulite.

I risultati indicano un dilemma di policy. Se l’obiettivo è ridurre le emissioni totali di CO₂ della Cina, un mercato basato su un tasso (rate-based) può risultare insufficiente quando gli incentivi spingono a una maggiore produzione di elettricità. Gli autori concludono che la Cina potrebbe dover inasprire i benchmark nell’ambito del quadro attuale — oppure passare a un approccio alternativo che non premi simultaneamente l’espansione della generazione.

Perché è importante

Il mercato nazionale del carbonio della Cina è spesso considerato un indicatore di riferimento per la politica climatica globale, dato il ruolo sproporzionato del Paese nelle emissioni e nella domanda di energia. Se i benchmark di intensità del sistema continueranno a incentivare la produzione nelle centrali a carbone efficienti, le riduzioni complessive delle emissioni potrebbero essere rinviate anche mentre gli impianti “rispettano” le regole sulla carta. Responsabili politici e investitori osserveranno se la Cina inasprirà i benchmark o passerà a un’impostazione che vincoli le emissioni totali, anziché le emissioni per unità di output.