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Storia Economica · 11/10/2026 19:33 UTC

Dalle Ciminiere all'Algoritmo

Le fabbriche hanno favorito l’emancipazione di massa concentrando i lavoratori, che poi hanno costruito sindacati, diritti di voto e stati sociali. La Big Tech potrebbe aver bisogno di un contrappeso esterno per ottenere lo stesso risultato.

L'industria nasce predatoria e in un secolo e mezzo di conflitti diventa una grande macchina di emancipazione di massa. Le società tecnologiche di oggi creano più ricchezza con una frazione dei lavoratori. La domanda è se sapranno, o dovranno, fare altrettanto.

Per rispondere bisogna prima capire perché la fabbrica ci sia riuscita. Non per vocazione: all'inizio arricchì quasi soltanto chi la possedeva. Ci riuscì perché aveva bisogno di milioni di persone, le riuniva sotto lo stesso tetto e non poteva andarsene. Da quella dipendenza gli operai ricavarono una leva, e con la leva ottennero prima il sindacato, poi il voto, infine lo Stato sociale.

Questo articolo segue quella leva dall'inizio alla fine: come nasce, quanto rende, che cosa la spezza. La misura è una sola, la parte del reddito nazionale che va al lavoro. Scende nella prima industrializzazione, sale per un secolo, torna a scendere dagli anni Settanta, quando la fabbrica emigra e crescono imprese capaci di produrre ricchezza senza lavoro di massa. Se il ragionamento regge, le Big Tech non emanciperanno nessuno per forza propria: il contrappeso che la fabbrica generava da sé andrà costruito.

Dalla terra alla fabbrica

La storia comincia con uno sradicamento. Prima di diventare operai, milioni di inglesi sono braccianti, tessitori a domicilio, artigiani; per portarli in fabbrica bisogna che la terra e il mestiere non bastino più a mantenerli.

A questo contribuiscono le recinzioni. Tra il 1604 e il 1914 il Parlamento approva oltre 5.200 leggi di recinzione, che riguardano 6,8 milioni di acri, poco più di un quinto dell'Inghilterra. Gli storici discutono quanto abbiano pesato sull'esodo dalle campagne; di certo chi non vive più dei campi deve cercare un salario.

Il salario si trova in città, e le città crescono senza regole. Manchester ha meno di 10.000 abitanti nel 1700 e 108 cotonifici nel 1853; nel 1851 oltre metà dei britannici vive in un centro urbano.

Dentro la fabbrica il tempo non è più quello delle stagioni ma quello dell'orologio e del telaio, e a tenerne il ritmo sono spesso ragazzi: nel 1819 più di metà degli operai del cotone ha meno di 19 anni.

Chi perde il lavoro non ha dove tornare. Dal 1834 la legge sui poveri concede assistenza solo a chi entra nella workhouse, e ne rende le condizioni volutamente dure – famiglie separate, uniformi, lavori pesanti – perché chieda aiuto soltanto chi non ha alternative. Qualunque salario diventa preferibile.

L'economista Karl Polanyi ha letto in questa fase il tentativo di trattare il lavoro come una merce qualsiasi, e ha sostenuto che a ogni tentativo del genere la società reagisce per proteggersi: lo chiama «doppio movimento». Tutto ciò che segue è la storia di quella reazione. All'inizio però la reazione non c'è, e lo si vede dai salari.

Sessant'anni di crescita senza salari

Per i primi sessant'anni la fabbrica arricchisce chi la possiede e quasi per nulla chi ci lavora. Tra il 1780 e il 1840 il prodotto per lavoratore britannico cresce del 46%, i salari reali di circa il 12%. Lo storico Robert Allen ha chiamato questo scarto «pausa di Engels».

La differenza va ai profitti. Il loro saggio raddoppia, e la loro parte del reddito nazionale sale da un quinto a oltre due quinti, mentre quella del lavoro scende da circa il 60% di fine Settecento al 45% del 1841. Stime successive di Nicholas Crafts riducono il divario tra salari e produttività, ma non lo cancellano.

Le condizioni di vita seguono i salari, non la produzione. Ancora nel 1870 si lavora per oltre 3.000 ore l'anno, cioè 60–70 ore la settimana. Nelle parrocchie centrali di Manchester, Liverpool e Glasgow la speranza di vita scende intorno ai 25 anni, secondo lo storico Simon Szreter, mentre in Inghilterra e Galles un neonato maschio del 1841 ha davanti in media 40 anni.

Il dato urbano è discusso: la storica Romola Davenport non trova prove robuste di un crollo. Resta la testimonianza di Friedrich Engels, che nel 1845 descrive quei quartieri in La situazione della classe operaia in Inghilterra.

Il punto è che la tecnologia c'è già tutta: il vapore, il telaio meccanico, la fabbrica. Manca qualcuno in grado di pretenderne i frutti. E manca perché la legge lo vieta.

Senza voto e senza sindacato

Per mezzo secolo l'operaio inglese non può né associarsi né votare, e la prima risposta dello Stato alla questione sociale è penale. Dal 1799 i Combination Acts vietano i sindacati e la contrattazione collettiva; restano in vigore fino al 1824.

Chi non può trattare, distrugge. Tra il 1811 e il 1816 i luddisti spezzano i telai. Non sono nemici delle macchine in sé: contestano i padroni che le usano per aggirare i salari e le regole del mestiere. Il Parlamento punisce il reato con la morte e schiera contro di loro 12.000 soldati.

Chi chiede il voto non ha sorte migliore. Il 16 agosto 1819, a Manchester, la cavalleria carica 60.000 persone riunite per chiedere la riforma del Parlamento: 18 morti e centinaia di feriti, il massacro di Peterloo. E nel 1834, dieci anni dopo la fine dei divieti, sei braccianti di Tolpuddle vengono ancora deportati in Australia per avere prestato giuramento in una società di mutua assistenza.

La riforma elettorale del 1832 non cambia il quadro. Porta gli elettori da 400.000 a 650.000, il 7% della popolazione, e la maggioranza degli operai resta esclusa.

Da questa esclusione nasce il cartismo, il primo movimento operaio di massa. La sua Carta chiede il suffragio universale maschile, il voto segreto e lo stipendio ai deputati; le petizioni del 1839 e del 1842 raccolgono 1,25 e oltre 3 milioni di firme. Il Parlamento le respinge, come quella del 1848.

La sconfitta è solo apparente: nel 1918 cinque dei sei punti della Carta saranno legge. Per capire come un movimento battuto tre volte abbia finito per vincere bisogna guardare a ciò che intanto accade dentro la fabbrica.

La fabbrica organizza i suoi avversari

La repressione fallisce perché è la fabbrica stessa a produrre la forza che la contrasta. Tre sue caratteristiche, che al padrone servono per produrre, servono agli operai per organizzarsi.

La prima è il numero: la fabbrica ha bisogno di molte braccia, e chi è necessario può negarsi. La seconda è la concentrazione: migliaia di persone sotto lo stesso tetto, con lo stesso orario e la stessa paga, si contano, si parlano e scoprono di avere gli stessi interessi. La terza è il radicamento: impianti e macchine non si spostano in un giorno, e l'impresa deve trattare con chi vive lì. Insieme fanno dello sciopero un'arma, perché senza operai la linea si ferma e il padrone non può portarla altrove.

Lo storico E. P. Thompson ha mostrato che la classe operaia inglese non era un dato di partenza. Si forma tra il 1780 e il 1832, proprio negli anni dei divieti, quando i lavoratori maturano la coscienza di interessi comuni. La coscienza precede l'organizzazione, e l'organizzazione precede i diritti.

La prima forma di organizzazione è il mutuo aiuto. Nel 1844 a Rochdale un gruppo di artigiani impoveriti dalle macchine apre uno spaccio cooperativo: è l'origine del movimento cooperativo moderno. Poi viene il sindacato, che nel 1871 il Trade Union Act riconosce, ampliandone i diritti fino allo sciopero.

I risultati arrivano in busta paga. Tra il 1840 e il 1900 il prodotto per lavoratore britannico cresce del 90% e i salari reali del 123%. Per la prima volta il lavoro guadagna più terreno del capitale, e intorno al 1900 la sua parte del reddito è tornata al livello di fine Settecento.

Ma un sindacato può strappare un aumento, non una legge. Perché le conquiste diventino diritti serve l'altra metà di ciò che il cartismo chiedeva: il voto.

Il voto e la questione sociale

Il voto arriva per gradi, e ogni grado sposta la politica. Nel Regno Unito la riforma del 1867 raddoppia gli elettori, da uno a due milioni, includendo gli operai delle città. Da allora chi governa deve contendersi il loro consenso: tra il 1906 e il 1914 i governi liberali introducono pensioni di vecchiaia e assicurazioni contro malattia e disoccupazione, e per lo storico G. R. Searle lo fanno anche per respingere la sfida laburista. Nel 1918 votano tutti gli uomini sopra i 21 anni e le donne sopra i 30.

Lo stesso meccanismo funziona anche dove a governare è un conservatore. In Germania Bismarck usa insieme il bastone e la carota. Dal 1878 al 1890 le leggi antisocialiste vietano associazioni, riunioni e giornali; negli stessi anni nascono l'assicurazione contro le malattie (1883), quella contro gli infortuni (1884) e la pensione di vecchiaia (1889), la prima al mondo, anche per prevenire alternative socialiste più radicali. Né l'uno né l'altra fermano il partito: sotto i divieti i voti socialdemocratici quadruplicano, a 1,4 milioni, e nel 1912 la SPD è il primo partito del Reichstag, con il 34,8%.

Che la questione non si possa più eludere lo riconosce anche la Chiesa. Nel 1891 l'enciclica Rerum novarum riconosce il diritto di associarsi e a un salario sufficiente: respinge il socialismo, ma critica il capitalismo senza freni.

L'Italia percorre la stessa strada più tardi, e passando per la repressione. Il Partito dei lavoratori nasce a Genova nel 1892. Nel maggio 1898, a Milano, l'esercito spara sulla folla che protesta per il prezzo del pane: 80 morti secondo il governo, 400 secondo l'opposizione. La svolta è di Giolitti: dal 1903 i prefetti devono tollerare gli scioperi, arrivano le prime tutele per donne e fanciulli e nel 1912 gli elettori passano dal 7 al 23,2% della popolazione.

Il sociologo T. H. Marshall ha riassunto il percorso in tre tappe: diritti civili nel Settecento, politici nell'Ottocento, sociali nel Novecento. L'ordine non è casuale, perché ogni diritto è servito a conquistare il successivo. Mentre gli operai entrano così nello Stato, però, la fabbrica cambia sotto i loro piedi.

La catena di montaggio: più alienazione, più forza

All'inizio del Novecento il lavoro di fabbrica viene scomposto e misurato. Nel 1911 Frederick Taylor pubblica I principi dell'organizzazione scientifica del lavoro: ogni mansione va studiata, misurata e prescritta dalla direzione. Nel 1913 Henry Ford segue la stessa logica a Highland Park con la catena di montaggio mobile, e il tempo per assemblare una Model T scende da 12 ore e mezza a 93 minuti.

Il prezzo lo paga chi sta alla linea. È ciò che Marx aveva chiamato alienazione: l'operaio non controlla più né il prodotto né il ritmo, e molti semplicemente se ne vanno. Per aggiungere 100 uomini all'organico Ford deve assumerne 963. Per trattenerli, nel gennaio 1914 più che raddoppia la paga: è il «five dollar day», 5 dollari per otto ore al posto di 2,34 per nove.

Quella paga rivela una quarta caratteristica della fabbrica, che si aggiunge alle tre dell'Ottocento. La produzione di massa ha bisogno di un consumo di massa: un'industria che monta un'automobile in un'ora e mezza deve trovare chi la compri, e gli acquirenti abbastanza numerosi sono i salariati. Da semplice costo, il salario diventa anche mercato.

Intanto la disciplina che isola il singolo mette migliaia di persone nella stessa identica condizione, e ne nasce un'organizzazione nuova, non più di mestiere ma di fabbrica. I consigli operai compaiono spontaneamente in Russia nel 1905, dove si chiamano soviet, e riappaiono nel 1918 nella rivoluzione tedesca, avviata da operai e soldati. Nel 1919–20, a Torino, i consigli di fabbrica promossi dall'«Ordine Nuovo» di Antonio Gramsci sono eletti direttamente dagli operai, sul modello russo.

La fabbrica taylorista è dunque, insieme, il luogo più autoritario dell'economia e una scuola di organizzazione collettiva. Quale delle due facce prevalga non lo decide la tecnica. Lo decide la politica, e la prova arriva subito.

Guerre, rivoluzioni e dittature

Tra il 1914 e il 1945 le classi dirigenti hanno prima bisogno delle masse, poi paura di loro; e le conquiste più grandi arrivano in entrambi i casi.

Il bisogno viene con la Grande guerra, che mobilita milioni di operai e contadini e li rimanda a casa con un credito da riscuotere. Nel 1919 il trattato di Versailles istituisce l'Organizzazione internazionale del lavoro, sulla premessa che una pace duratura richiede giustizia sociale; la sua convenzione sulle ore di lavoro fissa il principio delle otto ore al giorno e 48 la settimana. Nello stesso anno i metalmeccanici italiani ottengono le 48 ore.

La paura viene con la rivoluzione russa e con ciò che le somiglia. In Italia è il biennio rosso: nel settembre 1920 circa 500.000 operai occupano le fabbriche, e la Confederazione generale del lavoro conta due milioni di iscritti. Qui la risposta non è la riforma ma lo squadrismo, sostenuto da industriali e agrari, e poi il regime.

Il fascismo è la controprova di tutto il ragionamento. La fabbrica resta la stessa, con le sue migliaia di operai concentrati e necessari; ma nel 1925 il patto di Palazzo Vidoni abolisce i sindacati indipendenti e nel 1926 la legge vieta lo sciopero. Tolta la libertà di organizzarsi, la leva non funziona più: entro il 1929 la quota dei salari sul reddito è tornata al livello del 1913. In Germania i sindacati liberi vengono sciolti il 2 maggio 1933; anche l'Unione Sovietica di Stalin industrializza senza sindacati liberi. La fabbrica, dunque, non è democratica per natura: lo diventa dove chi ci lavora può associarsi, scioperare e votare.

Dove quelle libertà resistono, la crisi produce l'esito opposto. Negli Stati Uniti la Grande depressione porta al Wagner Act del 1935, che garantisce il diritto di organizzarsi e obbliga le imprese a contrattare, e nel 1938 al Fair Labor Standards Act: salario minimo, tetto di 44 ore settimanali, divieto del lavoro minorile «oppressivo». Nel 1954 è iscritto a un sindacato quasi il 35% dei lavoratori.

La seconda guerra mondiale ripete lo scambio della prima, su scala maggiore. Nel 1942, a conflitto in corso, il rapporto Beveridge indica cinque «giganti» da abbattere – bisogno, malattia, ignoranza, squallore, ozio – e ne nascono il servizio sanitario e le assicurazioni sociali britanniche. L'Italia repubblicana scrive il patto nella Costituzione: la Repubblica è «fondata sul lavoro», l'articolo 39 garantisce la libertà sindacale e il 40 il diritto di sciopero.

Sullo sfondo, infine, c'è la guerra fredda. Secondo i politologi Herbert Obinger e Carina Schmitt la competizione tra i due blocchi spinge l'espansione dello Stato sociale su entrambi i lati della cortina di ferro: finché esiste un'alternativa, l'Occidente ha interesse a mostrarsi capace di distribuire. Nel 1945 le condizioni ci sono tutte, e per la prima volta agiscono insieme.

Il compromesso del dopoguerra

Nei trent'anni dopo il 1945 fabbrica, sindacato e Stato trovano un equilibrio senza precedenti: i salari crescono insieme alla produttività. Negli Stati Uniti, tra il 1948 e il 1979, la produttività sale del 112,5% e la retribuzione oraria del lavoratore tipico del 90,2%, secondo l'Economic Policy Institute.

L'equilibrio poggia sulla fabbrica, che non è mai stata così grande. Negli Stati Uniti la manifattura occupa il 32% dei lavoratori non agricoli nel 1953; tra il 1961 e il 1969 aggiunge 4 milioni di posti, il 27% in più, e nel 1979 tocca 19,6 milioni di addetti. In Italia il passaggio è compresso in vent'anni. Gli addetti all'industria salgono da 6,29 milioni nel 1951 a 7,89 milioni nel 1961, dal 32,1 al 40,4% degli occupati, e nel 1971 sono al 44%; l'agricoltura intanto scende dal 42,2% del 1951 al 29% del 1961. Per chi arriva dai campi è un salto: negli anni Cinquanta un posto alla catena di montaggio Fiat è una collocazione privilegiata.

Dove c'è la grande fabbrica c'è il sindacato. Nel Regno Unito gli iscritti passano da 5,2 milioni nel 1926 a 13,2 milioni nel 1979, il 54% dei dipendenti, e la contrattazione collettiva copre allora oltre il 70% dei lavoratori.

Insieme al salario viene redistribuito il tempo. In Germania le ore lavorate in un anno scendono da 3.284 nel 1870 a 1.354 nel 2017, quasi il 60% in meno; nel Regno Unito il calo è di circa il 40%, e la discesa accelera tra il 1913 e il 1938, negli anni delle otto ore.

Nemmeno in questa stagione, però, la crescita redistribuisce da sola: lo fa quando qualcuno la costringe. L'Italia del miracolo lo mostra bene. Tra il 1951 e il 1963 la produzione sale del 95% e gli utili dell'86%, mentre il potere d'acquisto dei salariati resta «pressoché fermo», secondo la Treccani. Tra il 1948 e il 1954 la repressione degli scioperi costa la vita a 75 operai. Una ricostruzione del 2026 mostra che la disuguaglianza dei redditi aumenta per tutto il miracolo e tocca il massimo nel 1969. Scende dopo l'autunno caldo, che porta il contratto dei metalmeccanici con le 40 ore e, nel 1970, lo Statuto dei lavoratori.

Dove la leva è più forte, infine, diventa un diritto scritto nelle regole dell'impresa. In Germania la cogestione assegna ai lavoratori metà dei seggi del consiglio di sorveglianza: dal 1951 nel carbone e nell'acciaio, dal 1976 in tutte le società con oltre 2.000 dipendenti.

Il compromesso ha dunque quattro basi materiali e una politica. La fabbrica ha bisogno di molte braccia, le concentra in un luogo, è radicata in un territorio e vive anche dei consumi di chi vi lavora; e tutto questo accade in democrazie dove ci si può associare e si vota. È un'emancipazione incompleta e conflittuale, ma di massa. Per misurarne la portata, e la durata, c'è un indicatore che attraversa tutta questa storia.

Il termometro: salari e profitti sul reddito nazionale

L'indicatore è la ripartizione del reddito nazionale tra chi lavora e chi possiede. Se la leva funziona, i salari tengono il passo della produttività e la parte del lavoro tiene o cresce; se si spezza, la differenza va ai profitti.

Il primo modo di leggerlo è confrontare salari e produttività nelle quattro fasi di questa storia.

Le retribuzioni tengono il passo della produttività solo nelle due fasi centrali

Fonte: Gran Bretagna: Allen (2009), prodotto per lavoratore e salari reali · Stati Uniti: Economic Policy Institute (2019), produttività netta e retribuzione oraria dei lavoratori non direttivi · 4 periodi.

Il rapporto si rovescia due volte. I salari restano indietro nella prima industrializzazione, corrono più della produttività nel secondo Ottocento, la seguono da vicino nel dopoguerra e tornano a perdere terreno dopo il 1979. Le serie non sono omogenee – prodotto per lavoratore per la Gran Bretagna, produttività oraria netta per gli Stati Uniti – e il confronto vale per l'ordine di grandezza, non per il decimale.

Il secondo modo è guardare direttamente alle quote del reddito. Per il Regno Unito esistono stime che partono dall'inizio. Secondo Robert Allen la parte del lavoro passa da circa il 60% a fine Settecento al 45% del 1841, mentre quella dei profitti raddoppia, dal 20 a oltre il 40%; solo intorno al 1900 il lavoro torna al livello di partenza. Il Novecento completa il rovesciamento: nei dati di Thomas Piketty per Regno Unito e Francia il capitale riceve circa il 40% del reddito nell'Ottocento e il 20–25% o meno per gran parte del secolo successivo, prima di risalire oltre il 25% negli ultimi decenni.

Per il Novecento c'è la serie ufficiale americana, che parte dal 1929 e permette di isolare i salari dell'industria.

Stati Uniti: salari della manifattura dal 18,5 al 3,7% del reddito, profitti all'11,4%

Fonte: Bureau of Economic Analysis via FRED: quote del reddito interno lordo (serie A4002E1A156NBEA e A445RE1A156NBEA); salari della manifattura (A552RC1A027NBEA fino al 2000, N552RC1A027NBEA dal 1998) divisi per il reddito interno lordo (GDIA) · dati annuali 1929–2025.

Stati Uniti: quota del reddito nazionale del 10% più ricco e del 50% più povero, 1913-2024

Le curve dicono tre cose. La parte del lavoro dipendente sale fino al 1970 e da allora perde 7,5 punti: quella del 2025 è la più bassa dal 1935. I profitti delle società fanno il percorso inverso, e dal minimo del 1990 hanno quasi raddoppiato il loro peso. Ma è la terza curva la più eloquente. Nel 1953 i salari e gli stipendi della manifattura, impiegati compresi, valgono da soli quasi il doppio dei profitti societari; dal 2002 valgono meno, e oggi un terzo. Le serie non sommano a cento: il resto sono redditi degli autonomi, affitti, interessi, ammortamenti e imposte.

Per gli altri paesi il confronto si ferma qui alla quota complessiva del lavoro, e parte dal 1970, quando i dati diventano comparabili.

La quota del lavoro è scesa in tutti e tredici i paesi, da 3 a 17 punti

Fonte: Penn World Table 11.0 via FRED, quota dei redditi da lavoro sul PIL a prezzi correnti · 13 paesi, massimo dal 1970 e 2023.

Il massimo cade quasi ovunque tra il 1970 e il 1982, al culmine dell'occupazione industriale e della forza sindacale. L'eccezione conferma la regola: in Corea del Sud, industrializzata sotto una dittatura, la parte del lavoro è al 40,2% nel 1974 e tocca il massimo solo nel 1996, al 59%. In mezzo c'è l'estate del 1987, quando all'annuncio di elezioni presidenziali seguono oltre tremila scioperi e proteste in tre mesi, e in un anno e mezzo nascono più di 3.400 sindacati.

Dopo il massimo la discesa è generale. La misura include una stima del reddito da lavoro degli autonomi, e i livelli non sono del tutto confrontabili tra paesi; lo sono le variazioni. Nel 2017 il Fondo monetario calcolava che nelle economie avanzate la parte del lavoro fosse quasi quattro punti sotto il livello del 1970, e attribuiva circa metà del calo alla tecnologia e un altro quarto all'integrazione globale. Nell'industria la caduta è più netta: nella manifattura americana la quota del lavoro sul valore aggiunto scende dal 62% del 1967 al 41% del 2012. E il fenomeno è ormai mondiale: secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro i lavoratori ricevono il 52,3% del reddito globale, 1,6 punti meno che nel 2004, l'equivalente di 2.400 miliardi di dollari l'anno.

Una cautela è d'obbligo: per l'economista Matthew Rognlie l'aumento di lungo periodo della parte del capitale, al netto degli ammortamenti, viene dalle abitazioni più che dai profitti d'impresa. Il verso del movimento però non è in discussione, e nemmeno la sua data: in quasi tutti i paesi la parabola si piega tra gli anni Settanta e i primi Ottanta. Che cosa accade in quegli anni?

La rottura

Accade che il compromesso si spezzi, per scelte politiche prima che per ragioni tecniche. In trent'anni il capitale ritrova la mobilità che la fabbrica gli aveva tolto, e il lavoro perde la leva.

Il primo colpo è la crisi degli anni Settanta. Lo shock petrolifero porta insieme inflazione e disoccupazione e mette in discussione l'equilibrio del dopoguerra. I governi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan ne escono restituendo libertà al capitale e togliendone al sindacato. Nell'ottobre 1979 Londra abolisce i controlli sui movimenti di capitale: da quel momento chi investe può scegliere dove farlo. Nell'agosto 1981 Reagan licenzia oltre 11.000 controllori di volo in sciopero, e il segnale arriva alle imprese private: nei dieci anni successivi sostituiscono in via definitiva gli scioperanti in una vertenza su sette, mentre prima accadeva in una su settanta o ottanta.

In Italia la svolta ha una data, il 14 ottobre 1980. Dopo 35 giorni di blocco di Mirafiori, quadri e impiegati Fiat sfilano a Torino contro i picchetti; tre giorni dopo il sindacato firma un accordo che ritira i licenziamenti ma lascia 22.000 operai in cassa integrazione a zero ore. Nel 1984 il governo taglia la scala mobile, nel 1985 il referendum conferma il taglio con il 54,3%, nel 1992 l'indicizzazione dei salari è abolita.

Il secondo colpo è la caduta del Muro, che toglie di mezzo insieme il concorrente politico e il confine economico. Negli anni Novanta Cina, India ed ex blocco sovietico entrano nell'economia mondiale, e la forza lavoro globale passa da 1,46 a 2,93 miliardi di persone. L'economista Richard Freeman lo chiama «il grande raddoppio». Poiché i nuovi arrivati portano molte braccia e poco capitale, il capitale disponibile per ogni lavoratore scende al 61% del livello precedente: il lavoro diventa abbondante, il capitale scarso e libero di scegliere.

L'11 dicembre 2001 la Cina entra nell'Organizzazione mondiale del commercio, e il quadro è completo. Delle quattro condizioni che avevano dato forza all'operaio occidentale, tre cedono insieme: la fabbrica non è più radicata, perché può spostarsi; non ha più bisogno delle sue braccia, perché ne trova altrove a una frazione del costo; e non le concentra più in un luogo. La quarta, il lavoratore come cliente, sopravvive in forma paradossale: il mercato resta in Occidente, la produzione no. Gli effetti si vedono prima di tutto dove la fabbrica era nata.

La deindustrializzazione, dal Regno Unito al «China shock»

Il Regno Unito è il primo paese a industrializzarsi e il primo a smantellare. L'occupazione manifatturiera tocca il massimo nel 1966 con 8,6 milioni di addetti; oggi i dipendenti del settore sono 2,3 milioni.

La discesa comincia prima di Margaret Thatcher, ma con lei diventa un crollo: tra il 1979 e il 1983 gli addetti passano da 7,05 a 5,35 milioni, 1,7 milioni di posti in quattro anni. Lo storico Jim Tomlinson lo descrive come una conseguenza non voluta della politica economica del suo primo governo, la cui colpa viene poi attribuita ai comportamenti di lavoratori e sindacati.

Il carbone racconta la stessa storia in forma estrema. I minatori sono un milione nel 1922 e 231.000 all'inizio degli anni Ottanta. Dopo lo sciopero del 1984–85, perso dai minatori, nel 1992 il governo annuncia la chiusura di 31 delle 50 miniere rimaste; l'ultima miniera profonda chiude nel 2015. Nel 1994 l'ex villaggio minerario di Grimethorpe è il più povero del paese.

Con le fabbriche e le miniere se ne va l'organizzazione che vi era nata: il sindacato britannico si dimezza, da 13,2 a 6,6 milioni di iscritti, il 22,4% dei dipendenti.

Negli Stati Uniti la curva è la stessa, spostata di tredici anni. Il picco è del giugno 1979: 19,6 milioni di addetti, il 22% degli occupati non agricoli. Oggi sono 12,8 milioni, l'8,1%, e dopo il 1979 la manifattura non recupera più, in nessuna ripresa, i posti persi nella recessione precedente.

L'ingresso della Cina nel commercio mondiale accelera la caduta. David Autor e i suoi coautori stimano circa un milione di posti persi nella manifattura americana tra il 1999 e il 2011; nell'intera economia si arriva fino a 2,4 milioni, cifra che gli stessi autori considerano un limite superiore. Il dato più grave però è un altro: nei territori colpiti salari e partecipazione al lavoro restano depressi per almeno un decennio. I posti alternativi, semplicemente, non arrivano.

E insieme ai posti se ne va il potere contrattuale di chi resta. Tra il 1979 e il 2019 la produttività americana cresce del 59,7% e la retribuzione del lavoratore tipico del 15,8%; la sindacalizzazione scende dal 20,1% del 1983 al 10% del 2025, al 5,9% nel settore privato.

Nemmeno i paesi che avevano difeso meglio la loro industria sono al riparo. La manifattura tedesca ha perso 177.000 posti nel 2025 e l'auto è ai minimi di occupazione dal 2005. L'Italia resta la seconda manifattura dell'Unione, ma il lavoro ne raccoglie sempre meno: la sua parte del reddito è scesa di oltre undici punti dal 1975, come si è visto nel confronto tra paesi, e le retribuzioni lorde reali sono calate del 6,6% in 35 anni, secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio.

Le fabbriche chiuse a Manchester, a Detroit e a Torino non sono però scomparse. Hanno cambiato indirizzo.

La fabbrica emigrata: chi ci ha guadagnato

La fabbrica va dove il lavoro costa meno, ed è il divario dei salari a muoverla. Nel 2012, secondo le rilevazioni del Bureau of Labor Statistics, un'ora di lavoro nella manifattura costa 45,79 dollari in Germania, 35,67 negli Stati Uniti e 34,18 in Italia; 6,36 in Messico e 2,10 nelle Filippine.

In questo senso la formula secondo cui i ricchi esistono perché ci sono i poveri contiene una verità precisa: il telefono da cento dollari è possibile perché chi lo assembla guadagna poco. Nel 2025 la paga base di un addetto al montaggio degli iPhone alla Foxconn, in Cina, è di 295 dollari al mese, il minimo di legge.

I bassi salari, però, spiegano i margini più che i prezzi. Dell'iPhone 4, su un prezzo di 549 dollari, uno studio del 2011 attribuisce il 58,5% al profitto lordo di Apple e l'1,8% al lavoro diretto in Cina. E secondo l'amministratore delegato di Fairphone portare le paghe degli assemblatori a un livello dignitoso costerebbe poco più di un dollaro per apparecchio. Il grosso del valore non resta dove si produce: va a chi possiede il progetto, il marchio e la rete di vendita.

È lo schema che Immanuel Wallerstein, e con lui Giovanni Arrighi, hanno descritto come divisione del lavoro tra centro e periferia: al centro le attività ad alta intensità di capitale e di competenze, alla periferia quelle a basso salario.

Lo schema però non è a somma zero, e non è immobile. In Cina oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà in quarant'anni, e il paese produce oggi il 28% del valore aggiunto manifatturiero mondiale. La «curva dell'elefante» di Christoph Lakner e Branko Milanović mostra chi ha guadagnato tra il 1988 e il 2008: i redditi della classe media globale crescono del 70–80% e quelli dell'1% più ricco di circa il 60%, mentre intorno all'80°–85° percentile restano fermi. Sette su dieci di quelle persone vivono nei vecchi paesi ricchi e stanno, osserva lo stesso Milanović, nella metà bassa della distribuzione dei loro paesi. Una revisione successiva attenua la forma della curva, ma conferma la convergenza dei paesi poveri.

Né la periferia resta tale per sempre: la teoria stessa ammette che un paese possa risalire. La Corea del Sud, dove nel 2012 un'ora di lavoro industriale costava 20,72 dollari, dieci volte le Filippine, spende oggi in ricerca quasi il 5% del PIL. E secondo stime di settore un'ora di lavoro nella manifattura privata cinese costa ormai circa 6,69 dollari, più dei 5,56 di un operaio messicano al primo impiego.

La delocalizzazione ha dunque migliorato la vita di chi ha accolto le fabbriche, ma dentro un rapporto che resta diseguale: la produzione va dove i salari sono bassi, il valore torna dove stanno la proprietà e i consumatori. Più che «i ricchi esistono perché ci sono i poveri», la formula esatta è un'interdipendenza asimmetrica. Vi hanno guadagnato i lavoratori dell'Asia e i proprietari del capitale ovunque; vi hanno perso gli operai dell'Occidente, che della vecchia fabbrica erano stati i beneficiari. Resta da chiedersi se questa perdita fosse inevitabile.

Si poteva evitare?

In parte sì e in parte no, e la chiave è distinguere le due parti. Un primo indizio viene dal confronto tra paesi.

La manifattura pesa in Germania più del doppio che nel Regno Unito

Fonte: Banca Mondiale, indicatore NV.IND.MANF.ZS · 8 paesi, 2024 (Stati Uniti: 2021).

La deindustrializzazione non ha colpito tutti allo stesso modo: tra le grandi economie il peso della manifattura varia da uno a tre. Una legge dell'economia avrebbe agito ovunque con la stessa forza; qui hanno contato anche le scelte.

La parte inevitabile è il prezzo del successo. Nei paesi avanzati la quota di occupati nella manifattura scende dal 28% del 1970 al 18% del 1994, prima dell'ascesa cinese, e uno studio del Fondo monetario attribuisce oltre il 60% del calo alla produttività, che nell'industria cresce più che nei servizi: servono meno operai per produrre di più. Lo avevano previsto già negli anni Quaranta gli economisti Colin Clark e Jean Fourastié con il modello dei tre settori, secondo cui un'economia matura sposta il lavoro dall'agricoltura all'industria e poi ai servizi, fino al 70% degli occupati.

La parte evitabile riguarda i tempi, i luoghi e i costi sociali, e lo dimostra lo stesso Regno Unito. Tra il 1958 e il 1967 le miniere dimezzano gli addetti d'intesa con i sindacati, con programmi pubblici di lavoro alternativo; negli anni Ottanta le chiusure sono imposte e le alternative mancano. La differenza la fa la politica, e si misura nella spesa. Negli anni del «China shock», dal 2001 al 2008, la Danimarca spende in politiche attive del lavoro, cioè formazione e servizi per l'impiego, tra l'1,3 e l'1,9% del PIL; il Regno Unito si ferma allo 0,3–0,5% e gli Stati Uniti allo 0,1–0,2%. Il programma americano per i lavoratori colpiti dal commercio estero assisteva quasi 100.000 persone l'anno: è scaduto nel 2022 e il Congresso non l'ha rinnovato.

Alla mancata formazione degli operai si è sommato un secondo errore: credere di poter trattenere la ricerca lasciando partire le fabbriche. Per gli economisti di Harvard Gary Pisano e Willy Shih la produzione alimenta un patrimonio comune di competenze da cui dipende la capacità di innovare; quando la fabbrica emigra, il danno è «quasi irreversibile». L'innovazione segue gli impianti, non il contrario.

Chi ha investito in competenze ha infatti conservato più industria. La Germania spende in ricerca il 3,1% del PIL e la Corea del Sud quasi il 5%; l'Italia è all'1,38%, contro una media europea del 2,2%. Non è una prova di causalità, ma l'indizio è coerente con il grafico.

La politica industriale da sola, tuttavia, non basta. La Francia, molto più interventista, ha perso quasi quanta industria del Regno Unito, osserva un'analisi della London School of Economics, e lo stesso modello tedesco oggi è in affanno. E arrivare tardi costa caro: i due «Chips Act», americano ed europeo, stanziano poco più di 50 miliardi di dollari ciascuno per riportare a casa i semiconduttori, cioè per ricostruire ciò che si era lasciato partire.

La risposta è dunque doppia. Il calo dell'occupazione industriale era in buona parte inevitabile; la desertificazione di intere regioni e la perdita delle produzioni avanzate no. Formare gli operai prima dello shock e trattenere le fabbriche a più alto contenuto di conoscenza avrebbe cambiato molto. Non avrebbe cambiato, però, la natura delle imprese che nel frattempo hanno preso il posto della fabbrica al vertice dell'economia.

Big Tech: ricchezza senza lavoro di massa

Le grandi piattaforme digitali sono le eredi della grande industria per ricchezza e per potere, non per lavoro. Producono un valore senza precedenti con pochissimi dipendenti diretti: Nvidia vale circa 5.650 miliardi di dollari e ha 42.000 dipendenti, 134 milioni di capitalizzazione per addetto.

Società Capitalizzazione, mld $ Dipendenti Capitalizzazione per dipendente, mln $
Nvidia 5.650 42.000 134,5
Apple 4.870 166.000 29,3
Alphabet 4.160 190.820 21,8
Microsoft 3.840 228.000 16,8
Amazon 2.710 1.576.000 1,7
Meta 1.850 78.865 23,5

Capitalizzazioni al 5 ottobre 2026, arrotondate; dipendenti dagli ultimi bilanci annuali.

Il confronto con la fabbrica è diventato un classico. Nel 1990 le tre case automobilistiche di Detroit fatturavano 250 miliardi di dollari con 1,2 milioni di dipendenti; nel 2014 le tre maggiori società della Silicon Valley fatturavano lo stesso con 137.000 persone. Il paragone è imperfetto, perché nel 1990 Detroit era già in declino e le piattaforme appoggiano la produzione a fornitori esterni: Apple dichiara 450.000 posti presso i fornitori americani. Ma l'ordine di grandezza resta.

Qui si chiude il cerchio aperto dal termometro. Gli economisti chiamano queste società «imprese superstar», e secondo David Autor e coautori la quota del lavoro sul reddito scende proprio perché le vendite si concentrano in poche imprese molto produttive, che impiegano poco lavoro.

Si confrontino ora le piattaforme con le quattro condizioni che avevano reso democratica la fabbrica. Non hanno bisogno di molte braccia. Non concentrano i lavoratori: li disperdono tra fornitori, appaltatori e collaboratori. Non sono radicate, perché il software non ha il peso di un altoforno. Resta la quarta, il bisogno di clienti; ma al cliente della piattaforma non serve un salario alto, basta l'attenzione. Il valore si estrae dai suoi dati: è ciò che la studiosa Shoshana Zuboff ha chiamato «capitalismo della sorveglianza», la raccolta e la vendita su larga scala dei dati personali. È una nuova alienazione: l'operaio non controllava ciò che produceva, l'utente non controlla ciò che di lui viene raccolto.

Anche il comando è concentrato. Mark Zuckerberg controlla il 61% dei voti di Meta con circa il 13% del capitale, grazie alle azioni a voto multiplo; nella Germania industriale metà dei seggi del consiglio di sorveglianza spetta ai lavoratori. E la ricchezza segue il comando: sette dei dieci maggiori patrimoni del mondo nel 2026 vengono dalla tecnologia, e sommano oltre 2.100 miliardi di dollari.

L'intelligenza artificiale spinge nella stessa direzione, con più forza. Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta prevedono circa 725 miliardi di dollari di investimenti nel 2026, contro 410 nel 2025, in gran parte per centri di calcolo: è un investimento in macchine, non in persone. Il Fondo monetario stima esposto all'IA quasi il 40% dell'occupazione mondiale e circa il 60% nei paesi avanzati; metà di quei lavori potrebbe guadagnarci, l'altra metà rischia salari più bassi e meno assunzioni. «Nella maggior parte degli scenari», scrive Kristalina Georgieva, l'IA peggiorerà la disuguaglianza. I primi segnali ci sono: negli Stati Uniti l'occupazione dei 22–25enni nei mestieri più esposti è scesa del 13% in termini relativi.

Amazon è l'eccezione che conferma la regola. È l'unica grande piattaforma con una forza lavoro di massa, e proprio lì avanza l'automazione: documenti interni rivelati dal New York Times indicano l'obiettivo di evitare oltre 600.000 assunzioni entro il 2033 grazie ai robot. L'azienda contesta la ricostruzione.

La differenza con la fabbrica sta tutta qui. L'industria aveva bisogno delle masse come produttori; la piattaforma ne ha bisogno soprattutto come utenti. E chi non è necessario alla produzione non può fermarla: l'utente non sciopera. Prima di trarne le conclusioni, però, questa lettura va messa alla prova delle sue obiezioni migliori.

Le obiezioni

Le obiezioni sono serie, e conviene prenderle nell'ordine in cui questa storia le suggerisce.

La prima è storica: anche la fabbrica partì male. La «pausa di Engels» durò sessant'anni, poi i salari recuperarono; potremmo essere nella stessa fase, e i benefici arriveranno. È possibile. Ma i salari recuperarono perché la fabbrica dava agli operai una leva, e oggi quella leva manca: aspettare non basta.

La seconda è empirica: il legame tra produttività e salari non sarebbe spezzato. Anna Stansbury e Lawrence Summers trovano che negli Stati Uniti più produttività porta ancora più retribuzione, e che a frenare le paghe sono altri fattori, non la tecnologia in sé. È un argomento che corregge il pessimismo tecnologico, ma rafforza la tesi di fondo: se il freno non è la tecnologia, va cercato nei rapporti di forza e nelle regole.

La terza riguarda la qualità del lavoro. Il digitale crea occupazione buona: nell'Unione europea gli specialisti informatici sono 10,3 milioni, il 5% degli occupati contro il 3% del 2011, e dichiarano paga e qualità del lavoro sopra la media. È vero, ed è proprio il punto: sono il 5%. Nel 1971 l'industria italiana occupava il 44% dei lavoratori.

La quarta sposta il metro: i benefici non passano solo dalla busta paga. Ricerca, mappe e comunicazione sono gratuite per miliardi di persone, e le statistiche sui salari non lo registrano. Ma un servizio gratuito migliora la vita senza dare potere: non paga l'affitto e non siede a un tavolo di trattativa.

Le ultime due sono già emerse. La globalizzazione ha emancipato altrove, e la deindustrializzazione è in buona parte figlia della produttività, cioè di un successo. Sono vere entrambe, ed entrambe lasciano aperta la stessa questione: chi ha pagato il conto, e se doveva pagarlo da solo.

Nessuna di queste obiezioni nega che la tecnologia possa emancipare. Spostano la domanda: non se, ma chi e che cosa lo renderà possibile.

Conclusione: i contrappesi vanno costruiti

Le Big Tech non emanciperanno le masse per forza propria. Del resto non lo fece nemmeno la fabbrica: servirono sindacati, leggi, il voto e un secolo di conflitti. La differenza è che la fabbrica produceva da sé il proprio contrappeso, perché riuniva milioni di lavoratori indispensabili e non poteva andarsene. L'economia digitale no: il suo contrappeso, se arriverà, sarà una costruzione interamente politica.

La storia raccontata fin qui indica almeno dove cercarlo, perché ciascuna delle condizioni perdute ha un sostituto possibile. Al posto del bisogno di braccia, la formazione prima dello shock e non dopo: negli anni Duemila la Danimarca spendeva in politiche attive circa dieci volte più degli Stati Uniti, in rapporto al PIL. Al posto del radicamento, la produzione avanzata tenuta in casa, perché le competenze seguono gli impianti; l'Italia qui parte indietro, con la ricerca all'1,38% del PIL e gli specialisti informatici al 4% degli occupati, terzultima nell'Unione. Al posto della concentrazione fisica, forme di rappresentanza che raggiungano il lavoro disperso: la cogestione tedesca mostra che la voce dei lavoratori può essere scritta nelle regole dell'impresa. E contro la concentrazione del comando, limiti di mercato, con l'antitrust, e di governo societario, dove oggi un fondatore può decidere da solo.

Nessuna di queste misure è nuova: organizzazione, regole e voto sono gli stessi strumenti che resero democratica l'industria, adattati a un'economia che non ha più bisogno di tutti. L'industria ha impiegato più di un secolo per diventare uno strumento di emancipazione. La domanda aperta è quanto tempo ci sia questa volta.

Cronologia essenziale

Le date che segnano la nascita, l'uso e la rottura della leva operaia.

Anno Paese Tappa
1799–1824 Regno Unito Combination Acts: vietati i sindacati e la contrattazione collettiva
1833 Regno Unito Factory Act: niente lavoro in fabbrica sotto i 9 anni, 9 ore al giorno fino ai 13, primi quattro ispettori
1867 Regno Unito Seconda riforma elettorale: voto agli operai delle città, elettori da uno a due milioni
1871 Regno Unito Trade Union Act: diritti dei sindacati ampliati fino allo sciopero
1883–1889 Germania Assicurazioni sociali di Bismarck: malattia (1883), infortuni (1884), vecchiaia (1889)
1906–1914 Regno Unito Riforme liberali: pensioni di vecchiaia, assicurazioni contro malattia e disoccupazione
1912 Italia Riforma elettorale: elettori dal 7 al 23,2% della popolazione
1914 Stati Uniti «Five dollar day» di Ford: da 2,34 dollari per 9 ore a 5 dollari per 8 ore
1918 Regno Unito Voto a tutti gli uomini sopra i 21 anni e alle donne sopra i 30
1919 Internazionale Nasce l'Organizzazione internazionale del lavoro; convenzione sulle ore di lavoro: principio delle 8 ore al giorno e 48 la settimana
1925–1926 Italia Patto di Palazzo Vidoni e divieto di sciopero: fine dei sindacati liberi
1935 Stati Uniti Wagner Act: diritto di organizzarsi e obbligo di contrattare
1938 Stati Uniti Fair Labor Standards Act: salario minimo, tetto di 44 ore settimanali, divieto del lavoro minorile «oppressivo»
1942 Regno Unito Rapporto Beveridge: base del servizio sanitario e delle assicurazioni sociali
1948 Italia Costituzione: Repubblica «fondata sul lavoro», libertà sindacale, diritto di sciopero
1951–1976 Germania Cogestione: metà del consiglio di sorveglianza ai lavoratori, nel carbone e nell'acciaio (1951) e nelle società con oltre 2.000 dipendenti (1976)
1969–1970 Italia Contratto dei metalmeccanici con le 40 ore settimanali; Statuto dei lavoratori, legge 300
1979 Regno Unito Aboliti i controlli sui movimenti di capitale
1980 Italia Marcia dei quarantamila a Torino: 22.000 operai Fiat in cassa integrazione a zero ore
1981 Stati Uniti Reagan licenzia oltre 11.000 controllori di volo in sciopero
1984–1992 Italia Scala mobile: taglio (1984), referendum (1985), abolizione (1992)
2001 Cina Ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio

Fonti

Pagine consultate l'11 ottobre 2026.

Fonte: Giovanni Cialone · Horizon Brief

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